hotel Giardino - Sirmione

Riflessioni sull'Apocalisse

di Francesco Bertoldi

Chi scrive non è un esegeta, ma uno che ama e frequenta la Sacra Scrittura. L'Apocalisse è, tra i libri della Sacra Scrittura, uno di quelli che più frequento, e su di esso ho letto diverse opere, scientifiche e no. Trovando che troppo spesso, nell’interpretare un libro che la nostra epoca rende, direi, particolarmente importante, l’Apocalisse, si dimentichino alcuni punti, che seppur elementari, anzi proprio perché tali, da nessuna analisi filologica o scientifica dovrebbero ritenersi superabili, vorrei proporre alcune, semplici ed elementari riflessioni.

immagine dell'Apocalisse

1.1. La Sacra Scrittura, “Parola di Dio”, per quanto necessariamente mediata dalla Chiesa, deve poter essere letta e capita, se non nei suoi dettagli, almeno nel suo significato essenziale e complessivo, da qualunque credente, di qualunque posizione sociale e culturale, o in qualunque epoca sia vissuto. Ciò vale tanto più per il Nuovo Testamento.

1.2. Dunque non vi può essere un libro della Sacra Scrittura che risulti talmente criptico da richiedere, per la sua esatta intelligenza, venti secoli di storia e una erudizione raggiungibile da pochissimi. Parafrasando S.Tommaso si potrebbe dire che “da troppo pochi e dopo troppo lungo tempo” ... si sarebbe data la possibilità di una corretta intelligenza di un libro della Scrittura. A questo punto bisognerebbe dire, delle due l'una, o che si tratta di un libro “non essenziale”, o che Dio ha fatto in modo che per venti secoli alla totalità dei credenti, Sommi Pontefici e Dottori della Chiesa inclusi, sfuggisse il senso fondamentale di un componente essenziale della Sacra Scrittura. Ipotesi entrambe di difficile ammissibilità.

1.3. Noi pensiamo quindi che il senso essenziale e complessivo dell'Apocalisse sia stato coglibile di diritto da chiunque vi si accostasse con animo retto, e colto di fatto da un numero non irrilevante di credenti, a partire dal prevalente Magistero e dai principali teologi. Il lavoro dell'esegesi “scientifica”, prezioso, non può immaginare di capovolgere completamente un sensus fidei bimillenario. Approfondire e precisare dei dettagli non significa sconvolgere il significato complessivo. Sopra l'erudizione scientifica e prima di essa sta la fede, semplice ma solida, che da Pietro e dagli Apostoli si trasmette al popolo di Dio in cammino.

1.4. Tra le varie opere sull'Apocalisse, una mi appare particolarmente degna di credito, ed è il commento fattone da Adrienne von Speyr1, a detta di molti la più grande mistica del '900, oltre che amica di uno dei più grandi teologi del medesimo secolo, Hans Urs von Balthasar. Chiunque ne abbia letto qualche pagina sa che si tratta di una contemplativa di rara affidabilità, scevra da ogni flessione sentimentale o soggettivistica. Di notevole attendibilità è anche il commento di H. Schlier, forse uno dei più grandi esegeti del ‘900. Interessante, per moltissimi aspetti, ma “timido” nel contrastare un corrosivo criticismo esegetico, ci è parso il commento di mons. Bruno Maggioni. Complessivamente inaccettabile, nel suo contraddire i “punti fermi” che ora enucleeremo, il testo di E. Corsini. Per molti aspetti ancora utile la riflessione sull’Apocalisse di Romano Guardini2.

2. Vi sono alcuni punti cardine che non dovrebbero, senza averne almeno una prova apodittica e incontestabile, messi in discussione. Tali punti sono tra l'altro autorevolmente indicati dalla von Speyr e sostanzialmente condivisi dal von Balthasar. Ne indichiamo tre, relativi a chi sia l’autore dell’Apocalisse, quale sia la natura di tale libro sacro, e quale ne sia l’oggetto.

2.1. Quale Giovanni? Anzitutto ci sembra debba essere considerato non negabile, senza contrari elementi incontrovertibili (finora non prodotti), il fatto che l'autore dell'Apocalisse sia non “un” Giovanni (generico), ma l’apostolo Giovanni, il discepolo prediletto dal Signore, l'autore del Quarto Vangelo e delle lettere a lui appunto attribuite. Così pensano Adrienne von Speyr e von Balthasar3. E così sembra essere conveniente. In effetti a nessuno, più che al proprio discepolo prediletto, Cristo avrebbe potuto rivelare i misteri delle ultime cose. Sarebbe sommamente conveniente che proprio Giovanni, non per nulla simboleggiato dall'Aquila, abbia visto con occhio tanto acuto ciò che “deve accadere”. Senza contare che non è immaginabile che l'autore di un testo sacro sia stato un ingenuo o un ingannatore: ma tale avrebbe dovuto essere uno che si è presentato col nome di Giovanni, e ha detto di trovarsi “a Patmos a causa della testimonianza” “resa a Gesù”, senza sentire il bisogno di chiarire ai lettori che non si trattava della stessa persona dell'autore del Quarto Vangelo 4.

Una delle maggiori obiezioni riguarda lo stile dell'Apocalisse, diverso da quello del Quarto Vangelo e delle lettere attribuite a Giovanni. Ma tale fatto non costituisce una prova. Infatti nel Quarto Vangelo e nelle lettere, Giovanni, pur raccontando essenzialmente “ciò che ha visto” con i suoi occhi, “udito con le sue orecchie” e “toccato con le sue mani” (cfr. 1Gv, 1), è più (attivamente) autore di ciò che scrive, opera delle scelte (è nota ad esempio la differenza del Quarto dai Vangeli sinottici); senza inventare nulla, in qualche modo costruisce in vista di una prospettiva, già annunciata nel Prologo. Nell'Apocalisse invece prevale una passività contemplante: Giovanni non costruisce ormai più niente: vede; e riferisce ciò che ha visto.

2.2. Costruzione a tavolino? Ecco un secondo punto fermo: l'Apocalisse non è il frutto di una costruzione intellettuale, di una sapiente alchimia di simboli, non è un Frankestein letterario, artificiosamente ricomposto da estratti di profezie veterotestamentarie (Daniele, Ezechiele). Chiunque può constatare che si tratta di un’opera viva, originale, unitaria. La sua unità profonda deriva dal fatto di essere, come dice esplicitamente di essere, “apocalisse”, cioè “rivelazione”: fatta da Dio, non inventata artificiosamente dall'uomo. Giovanni dice di avere visto: perché non credergli5?

Un primo tipo di obiezione muove dal fatto che il messaggio che egli ci comunica è sconvolgente. Ma se già il fatto che esista il mondo è mistero, e se mistero è il farsi Uomo di Dio, è difficile vedere che cosa ci sarebbe di così impossibile nell'idea che la storia sia una lotta tra il Bene e il Male, che tale lotta sia seria e drammatica e che sia destinata a sfociare in un epilogo che renda visibile ed evidente tale drammatica serietà. Forse si pensa che “non bisogna spaventare troppo l’uomo moderno”, per non farlo allontanare dalla fede: ma la fede non è un naso di cera che si possa manipolare a piacimento e la realtà del male (il peccato, il diavolo, l’inferno) va guardata in faccia, chiamando le cose col loro nome, se non vogliamo tradire Colui che dal male ci ha liberato col Suo sangue.

Un altro diffuso tipo di obiezione sostiene che non dovremmo credere a Giovanni perché nei simboli dell'Apocalisse si ritrovano echi di simbologie veterotestamentarie. Tuttavia anche in altri testi neotestamentari vi sono abbondanti echi veterotestamentari; si pensi al Magnificat: non basta questa consonanza, spesso letterale, per mettere in dubbio che tale inno sia stato per davvero pronunciato dalla Madre di Dio, a cui va semplicemente riconosciuta una vitale e incomparabile assimilazione della tradizione del popolo di Israele (cfr. L.Giussani, E l’Angelo si partì da lei, pro-manuscripto, lezione ai novizi dei Memores, del 1.2.1998). Così, anche la presenza nell'Apocalisse di simboli veterotestamentari è spiegabile altrimenti che come prova del carattere artificioso dell'Apocalisse medesima. Come dice von Balthasar “se l'Apocalisse conclude la serie delle visioni e predizioni bibliche genuine, allora queste (soprattutto in Ezechiele e Daniele) nell'economia salvifica erano orientate alla “rivelazione” conclusiva “di Gesù Cristo” (cioè all'Apocalisse, osserviamo). Erano predizioni preparatorie e parziali di quanto Dio volle volle ora rivelare per mezzo di Cristo ai suoi servi (...) e che manifestò “inviando il suo angelo al suo servo Giovanni” (Ap., 1,1)”6.

Aggiungiamo un’altra difficoltà: come avrebbe potuto un essere umano ricordare così tanti fatti particolari, tanti dettagli, quanti sono contenuti nella Apocalisse, avendoli “visti” nel corso di una (sola) esperienza mistica? L’obiezione è senza dubbio forte. Essa del resto si può riferire anche agli stessi Vangeli: come potevano gli evangelisti ricordarsi di tutto? Con la differenza che la vita e i discorsi di Gesù, succedendosi in un arco temporale più lungo, potevano essere oggetto, ad esempio, di progressive annotazioni scritte, ciò che in una visione non è possibile. Senza pretendere di risolvere il problema credo si possano tenere presenti due punti: escludendo ogni forma di “dettatura” diretta (e meno che mai di “scrittura automatica”), si deve anzi tutto tenere presente che un autore sacro fruisce, nel momento della stesura del testo che andrà a far parte della Parola di Dio, di un particolare, soprannaturale aiuto dello Spirito; in secondo luogo non è detto che l’intera Apocalisse sia stata rivelata in un’unica “soluzione”, nulla vieta di pensare che vi siano state più “visioni”.

2.3. Passato o futuro? E siamo al terzo punto fermo: l'Apocalisse, realmente scritta dal discepolo prediletto da Cristo come racconto fedele di una visione realmente avuta, concerne essenzialmente non il già accaduto, ma ciò che deve accadere (nel futuro e “alla fine”). Così per secoli è stata intesa, così appare il suo più ovvio significato. Così vorrebbe anche la architettura logica della Scrittura: come nell'Antico Testamento vi è una tripartizione (libri storici, riguardanti il passato, libri sapienziali, riguardanti le norme del presente, e libri profetici, relativi al futuro, cioè in ultima analisi a Cristo), così è conveniente che vi sia anche nel Nuovo: i Vangeli (e gli Atti) riguardano il fatto storico accaduto, le Lettere riguardano le norme di ciò che va creduto e operato nel presente, e come potrebbe mancare l'ultimo fattore, quello di ciò che non si è ancora manifestato?

Certo il futuro di cui parla l'Apocalisse è più “uno” con l'Evento di Cristo, già accaduto, di quanto non fosse tale Evento rispetto alle sue predizioni profetiche nell'Antico Testamento. Non si può insomma equiparare la novità dell'Apocalisse rispetto a Cristo con la novità di Cristo rispetto alla attesa veterostamentaria. In un certo senso infatti è incontestabile che la fine della storia sia in qualche modo già contenuta nell'Evento di Gesù Cristo e che Questo si prolunghi e si renda presente in ogni frammento della storia. Tuttavia nemmeno si può dimenticare che la storia avrà un termine e che non si può azzerare la differenza tra storia ed escatologia. Insomma, difficilmente il mondo finirà “in un mormorio”, in un ovattato passaggio indolore che getti un “colpo di spugna” sull'oceano di iniquità e di nefandezze che ne hanno contrappuntato il corso, contrastando il Piano di Dio fino al punto da ucciderne l'Unigenito Figlio. Possiamo essere ancora più chiari? Diciamo che non è immaginabile che con Satana potrà finire ... a tarallucci e vino.

Forse che allora l'Apocalisse riguarda un futuro che non ha relazione col presente? Certo che no. Certo che il presente è già carico, pregno del futuro. Ciò che viene svelato con l'apertura dei sette sigilli, con le sette trombe, o con le sette coppe, accade già in qualche modo nella storia, attraversa tutta la storia; così come lungo tutta la storia Babilonia cade (Ap, 18). Ma ciò non è ancora manifesto (apocalisse significa anche manifestazione). E la differenza non è poca: sperare nella compiuta vittoria del Bene non è ancora vedere compiutamente tale vittoria. Se già da ora ci può essere la certezza della fede, la certezza della visione sarà un possesso ormai imperdibile, tranquillo, perfettamente e insuperabilmente appagante, quando sarà “asciugata ogni lacrima” e noi vedremo Dio così come Egli è, e sarà fatta piena giustizia per il sangue dei martiri (cfr. Ap, 6, 10). E questo noi ancora, pur sperandolo con certezza, non lo vediamo. Non è la stessa cosa. Diciamo meglio: alcune cose sono già, e alla fine semplicemente saranno manifestate (ma anche il diventare manifesto può essere considerato un avvenimento); altre cose però non sono ancora e l’Apocalisse parla anche di queste: Babilonia non è ancora definitivamente e inappellabilmente caduta (cfr. Ap 18).

Le tesi di quegli studiosi che tendono a risolvere interamente l'Apocalisse nell'annuncio di qualcosa di già accaduto (penso ad esempio all'opera di E. Corsini, Apocalisse prima e dopo) hanno peraltro un aspetto positivo: quello di evitare una lettura sensazionalistica, cronachistica, come se l'Apocalisse fosse un réportage, da intendersi in senso letterale, di eventi che accadranno tali e quali (e solo) negli ultimi tempi, eventi di cui tra l'altro si è spesso accentuato unilateralmente il risvolto catastrofico. Donde appunto l'accezione del termine apocalittico come sinonimo di disastroso, sconvolgente, tremendo oltre ogni norma. È giusto, certo, vedere nell'Apocalisse non solo e non tanto la punizione del male, quanto anzitutto il trionfo del Bene. Ma si tratta di un trionfo che non è avvenuto, non avviene, non avverrà senza lotta e senza dramma. E ognuno dei credenti non può ritenersi così fedele nell'adempiere la volontà di Dio, da non avere almeno un po' di vergogna e di timore per quel momento7.

Quello che insomma non è accettabile è che l’Apocalisse non sia se non un modo per ri-dire, in forma inesplicabilmente più complicata, ciò che già era detto nei Vangeli, per ri-presentare, nel modo più oscuro e contorto quanto già era stato presentato benissimo e con chiarezza nei Vangeli. Mi sembra che anche da un punto di vista di una pura logica umana ciò non sarebbe meno assurdo di uno che dopo aver fatto un discorso in una lingua comprensibile dai suoi uditori, si sentisse in obbligo e si sforzasse di tradurre il discorso in una lingua sconosciuta, decifrabile solo a prezzo di immani fatiche. Occorreva dire che i credenti avrebbero trovato difficoltà nel loro rapporto col mondo? L’aveva già detto Gesù: “dal mondo avrete tribolazioni”. Occorreva dire che alla fine il Figlio dell’uomo avrebbe giudicato ognuno in base alle sue opere? L’aveva già detto Gesù, nel cosiddetto discorso escatologico (cfr. Mc 13, Mt 24, Lc 21). Occorreva chiarire che l’uomo ha un nemico invisibile? Lo aveva già detto l’Antico Testamento e lo aveva ribadito Gesù, con la sua lotta nel deserto e in molte parabole. Occorreva esplicitare che il potere politico può essere strumento della Menzogna? Ma non era forse evidente per tutti che era stato il Potere, insieme religioso e politico, a volere la morte di Cristo? Occorreva rincuorare i fedeli che la vittoria finale sarebbe stata del Bene, nonostante l’apparente forza e invincibilità del male? Ma anche questo lo aveva già detto Gesù, in particolare nel discorso dell’ultima cena (cfr. il Vangelo di Giovanni) e con la sua resurrezione lo aveva insuperabilmente confermato. Perché mai uno sconosciuto autore della fine del primo secolo avrebbe inventato una farraginosa elucubrazione simbolica, arrogandosi un posto nella sacra Scrittura, solo per dire più oscuramente ciò che già gli evangelisti e gli apostoli avevano detto ben più chiaramente ed efficacemente prima di lui?

Il legame che unisce i tre punti fermi è evidenziato nel seguente specchietto:

l'autore

La natura

l'oggetto

Concezione "tradizionale"

l'apostolo Giovanni, il discepolo prediletto, l'autore del Quarto Vangelo

Una rivelazione soprannaturale (Giovanni riferisce ciò che visto)

Eventi futuri (per quanto in gran parte manifestativi di un già accaduto)

Interpretazioni "moderne"

Un altro Giovanni, non meglio identificato, ovvero "la comunità ecclesiale" dei primi secoli, o la stratificazione progressiva di più racconti

Una costruzione intellettuale (l'autore elabora dei simboli, traendoli dall'Antico Testamento o da mitologie orientali)

Eventi passati (l'Apocalisse non sarebbe altro che un altro modo per ridire, sia pur con forma diversa, quanto già detto nei Vangeli)

[aggiunte, agosto 2003]

Da notare che non tutti coloro che sostengono il carattere costruito dell'Apocalisse negano che l'Apostolo Giovanni ne sia l'autore. Lo stesso Corsini non prende posizione netta, e lascia anzi aperta la possibilità che l'autore sia proprio S.Giovanni.

Ma in ciò sta una contraddizione: come avrebbe potuto in effetti, tra l'altro a distanza di non molto tempo, cambiare così nettamente stile tra Vangelo e Lettere da una parte e Apocalisse dall'altra? Il cambiamento di stile, come accennavamo, si può spiegare solo se si ammette che l'Apocalisse riferisca a qualcosa di non inventato.

Senza contare l'idea di una finzione letteraria mal sembra conciliarsi che la personalità, sensibile, ma anche immediata e decisa, veritiera e tagliente, la personalità di uno che ha voluto riferire "ciò che i" suoi "occhi avevano visto", le sue mani toccato (1Gv, 1), quel Verbo fattosi carne, la cui Gloria egli aveva visto (Gv, 1).

[/agosto 2003 (aggiunta non contenuta nell'articolo su Studi cattolici)]

motivi e valutazioni

3. Riflettiamo brevemente sul motivo per cui i "punti fermi" che ho cercato di esporre siano messi in discussione, anche da esegeti cattolici.

3.1. Vi è anzitutto un senso di inferiorità che troppo spesso la teologia (e anche l’esegesi) avverte nei confronti della cultura "laica", che si presenta come la sola ad essere "scientifica" e "adulta". Si produce di conseguenza in molti teologi ed esegeti un desiderio di mostrarsi "moderni" ed emancipati da retaggi medioevali. Credere nella verità dei tre punti fermi sopra esposti appare ovviamente, in tal senso, come avvilentemente antiquato.

3.2. La messa in dubbio che l’autore dell’Apocalisse sia S.Giovanni, l’Apostolo prediletto, ha poi un significato analogo a quello di simili messe in dubbio relative agli autori dei Vangeli: si allontana l’Evento di Cristo avvolgendolo nelle fitte nebbie di una sostanziale irraggiungibilità. Si pone un diaframma fra l’Evento e noi, lasciandone le chiavi di accesso a pochi "addetti ai lavori".

3.3. Negare la possibilità di una esperienza mistica, trascritta da Giovanni in libro, appare poi avere un significato simile: anzitutto, si può essere cristiani e non credere nella possibilità dei miracoli? Di più, non è un volersi sottrarre a quegli "occhi fiammeggianti come fuoco" (Ap, 1, 14) il farne un artificio letterario? Scomporre l’Apocalisse in un caleidoscopio di marchingegni letterari umani ne svuota oggettivamente la portata, ne attutisce l’impatto, addomesticandone il senso, che si trova ridotto a ovvie banalità.

3.4. Non si può dimenticare che soprattutto la negazione del terzo punto comporta delle conseguenze dottrinali non irrilevanti. Quanto più si assottiglia la differenza tra la storia e l’eschaton, tanto più ci si avvicina alla concezione hegeliana per cui "la storia universale è il giudizio universale" (Weltgeschichte ist Weltgericht). Il male non dovrà essere giudicato, condannato: già adesso i conti tornano. Già adesso la storia distribuisce esattamente quanto ad ognuno spetta. Non è difficile vedere che cosa ne consegua: chi segue il male e non ha da subito un castigo può ritenersi a posto, e non ha da temere alcun "guai" (cfr. invece Ap., 8 sgg.; Lc, 6, 24 sgg.), e chi, seguendo il Bene, ora piange, non può sperare di essere un giorno consolato. Ammesso che bene e male abbiano ancora senso, in una concezione che ritiene già manifestato il giudizio.

In conclusione, ci sembra che come per i Vangeli, dopo l’eccesso di critica corrosiva giunta a mettere in discussione la loro stesura da parte di persone fisiche che avevano conosciuto direttamente Gesù (cfr. S. Alberto, Vangeli e storicità , BUR), si stia tornando alla tesi tradizionale, sia pur precisata e vagliata in alcuni dettagli, così debba accadere anche per l’Apocalisse. Se si può accettare che il Vangelo di Marco sia stato realmente scritto da Marco, che riferisce cose da lui viste, non si capisce perché non si dovrebbe accettare che l’Apocalisse sia stata scritta da Giovanni, anche lui "testimone verace" di cose da lui realmente viste e da lui fedelmente riportate. Se il Cristianesimo è un fatto, un avvenimento, non si vede perché non ci dovrebbe poter essere un testo sacro come annuncio di fatti (e di cose viste, non inventate). Perché il Cristianesimo non potrebbe essere un dato? Perché dovrebbe essere ricondotto a una costruzione? Inventare a tavolino, o concordare (segretamente) una versione in base a "strategie" umane, non appartiene al metodo con cui Cristo, il Verbo imprevedibilmente divenuto carne, si è comunicato e si comunica agli uomini: "il Cristianesimo è un avvenimento che irrompe inaspettatamente, in maniera imprevista, nella storia umana" (J. Carron, in Vangeli e storicità , cit. p. 485).


Francesco Bertoldi


pubblicato col titolo di "Riflessioni sull'Apocalisse", in Studi cattolici, ed. ARES, n. 478, anno XLIV, dic 2000, pp. 864/67.




1 A. Von Speyr, L'Apocalisse, tr. it. Jaca Book 1983.

2 R.Guardini, Il Signore, tr.it. Vita e Pensiero, Milano 1984 (orig. Der Herr, Würzburg 1934).

3 Mons. Maggioni, L’Apocalisse, Cittadella, Assisi 1994, non prende chiara posizione (“Gli studiosi non sono d’accordo sulla sua precisa identità: l’apostolo Giovanni, un altro Giovanni? I pareri sono discordi.” p. 20), benché nel cosro della sua esposizione sembri propendere per una identificazione con il “discepolo prediletto”. Molto prudente, almeno nei testi da noi letti, anche Schlier, che evita il più possibile di usare lo stesso nome Giovanni, usando termini generici, come “l’autore”. Prudente anche G.Ravasi, che però tende a negare che l’autore sia l’evangelista Giovanni: “spesso identificato con l’autore del vangelo (..) di Giovanni, numerosi motivi inducono a pensare che tale identificazione potrebbe essere sbagliata” (Enc. Illustr. della Bibbia, Paoline 1991, p. 115).

4 Va notato in effetti che: l'autore dell'Apocalisse aveva coscienza di scrivere un testo sacro (si legga ad esempio la conclusione: “[16]Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. (...) [18]Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; [19]e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell'albero della vita e della città santa, descritti in questo libro. ”); non poteva ignorare che esisteva un Giovanni, diciamo così, per antonomasia, quello a cui chiunque pensava sentendo questo nome, cioè il discepolo prediletto dal Signore; dunque usare tale nome senza precisare altro non poteva non ingenerare la convinzione che si trattasse di quel Giovanni; se l'autore sacro fosse stato un altro Giovanni perché non avrebbe sentito il bisogno di chiarire l'equivoco?

Si dirà: anche con Dionigi lo pseudo-Areopagita le cose sono andate così. Dionigi però non era un autore sacro. Quello che si può scusare in lui, autore filosofico, non potrebbe essere scusato nell'autore di una libro che la Chiesa venera come Parola di Dio.

Si dirà, ancora: anche l’autore della Lettera agli Ebrei non è S.Paolo, come a lungo era stato creduto. Sì, ma con la differenza che in tale lettera non si trova una sola volta il nome “Paolo”, né l’autore pretende di essere l’Apostolo delle Genti. Nell’Apocalisse invece l’autore dice esplicitamente di chiamarsi Giovanni, lasciando chiaramente intendere di essere l’apostolo Giovanni.

5 Da questo punto di vista dobbiamo segnalare con rincrescimento che non solo Corsini, ma lo stesso Maggioni, uomo di fede e stimabile studioso, ritengano essenzialmente “costruita” l’Apocalisse. Lo stesso Maggioni parla continuamente, nell’opera citata, di tecnica letteraria di Giovanni, che attingerebbe coscientemente alla tradizione profetica veterotestamentaria, attuando una sapiente scelta di simboli e di artifici letterari (cfr. ad esempio op.cit., p. 69). Forse mons. Maggioni ritiene che Giovanni abbia successivamente elaborato un dato originario di rivelazione soprannaturale? Di certo questa tesi non appare con chiarezza. Ci sembra invece che per il nostro esegeta Giovanni avrebbe scelto di esporre in forma profetico-simbolica non dati a lui rivelati con una speciale visione, ma dati che un comune, retto sensus fidei era già in grado di cogliere. Tale però non è quanto Giovanni attesta, allorchè egli continuamente dice “io vidi”, “allora vidi”, “dopo di ciò vidi”. Un semplice artificio letterario? A nostro sommesso avviso ciò non è probabile. Possiamo aggiungere che anche Romano Guardini, oltre ai già citati von Balthasar e Adrienne von Speyr, ritiene che l’Apocalisse contenga il resoconto di vere e proprie rivelazioni soprannaturali avute da Giovanni (cfr. Il Signore, tr.it. Morcelliana, Brescia).

6 In op. cit., Introduzione, p. 11/12.

7 cfr. L. Giussani, L'attrattiva Gesù, p. 151; ad esempio: “non so se non ci sentiremmo coperti da una coltre di vergogna (...) se ci accorgessimo in quel momento che non abbiamo mai detto Tu”.