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l'Eucarestia

il dogma

I. Per la fede cristiana Dio si è fatto Uomo: Gesù di Nazaret è vero Uomo e vero Dio. Egli è vissuto tra gli uomini per trentatré anni, poi, dopo la sua crocifissione e resurrezione è asceso al cielo, cioè “nella profondità delle cose”, per usare un'espressione cara a Don Giussani.

Ma continua, “fino alla fine del mondo”, ad essere presente tra gli uomini nella compagnia dei Suoi, la comunità cristiana riunita sotto l'autorità degli Apostoli e dei loro successori, la Chiesa. La Chiesa non è infatti semplicemente una associazione umana, fatta da coloro a cui piacciono i valori cristiani, magari selezionati a proprio piacimento, ma è il luogo della Presenza, della presenza di Cristo, luogo da Lui voluto e da Lui, tramite il Suo Spirito, creato, con-vocando (ec-clesia) e plasmando con la Grazia chi Lui vuole.

La Grazia è una energia soprannaturale; soprannaturale significa al di sopra della natura: la natura creata è finita, il soprannaturale è partecipazione all'Infinito, il Mistero creatore, Colui che fa tutte le cose. La Grazia infinitizza la natura umana, che è finita, rendendola partecipe della natura divino-umana di Cristo, Uomo-Dio.

ultima cena (Formis)

La Grazia non è separabile dallo Spirito Santo che la comunica; nel senso che non è qualcosa di cui l'uomo possa impossessarsi, per gestirla come meglio crede (è l'errore di Simone Mago, cfr. Atti, 8); in qualche modo essa è in noi, ma non è nostra, non è possesso nostro, ma qualcosa che ci viene continuamente dato dal digitus paternae dexterae, che plasma la natura umana di un io che liberamente si apre. In un certo senso la Grazia è lo Spirito Santo, in altro senso è effetto della Sua azione.

La Grazia ci conforma a Cristo, rendendoci partecipi della sua natura divinoumana quanto a conoscenza (fede, con cui riconosciamo la Sua presenza eccezionale in una concretezza umana), quanto ad affezione (carità, con cui aderiamo a tale Presenza riconosciuta, come a quanto di più prezioso) e quanto a sintesi di conoscenza e affezione (speranza).

Come giunge a noi la Grazia? Il canale non unico ma privilegiato, dentro quel grande Sacramento che è la Chiesa, senza cui non avrebbero senso né possibilità, sono i Sacramenti: il Battesimo anzitutto, poi, tra gli altri, soprattutto l'Eucarestia e la Confessione.

 

II. Nell'Eucarestia è presente realmente, seppure in modo non sensibilmente manifesto, il Corpo e il Sangue di Cristo, Uomo-Dio. Secondo quanto insegnò Giovanni Paolo II ci sono (almeno) tre valenze di questo grande Sacramento: il sacrificio, la presenza e l'unità.

1. L'Eucarestia è legata al sacrificio della Croce: Gesù si offre sulla Croce per la nostra salvezza, in riscatto dei nostri peccati, della nostra ribellione al Creatore che ci ha resi schiavi del Maligno. L'Eucarestia, istituita poche ore prima dell'arresto di Gesù al Getsemani, è (far) memoria di tale sacrificio e del suo frutto: il pane e il vino, totalmente offerti, sono trasformati in Corpo e Sangue di Cristo, analogamente a come la sua umanità mortale, totalmente offerta in obbedienza al Padre, è stata dal Padre trasformata in umanità risorta e gloriosa. Così la legge della vita è “dare in letizia ciò che abbiamo” (Claudel).

2. Nell'Eucarestia Cristo si rende presente: essa è davvero il Suo Corpo e il Suo Sangue. Certo la Sua presenza è anzitutto dentro il Sacramento grande della Chiesa, ma è al contempo vero che la Chiesa fa l'Eucarestia e che l'Eucarestia fa la Chiesa.

3. L'Eucarestia è infine è il Sacramento che assicura più di ogni altro l'unità tra i Suoi: nutrendosi dello stesso Corpo, tutti diventano un unico Corpo (cfr. 1Cor).


in dettaglio: alcune deviazioni liturgiche

la “liturgia creativa”

È un vezzo di diversi preti alterarare le formule liturgiche secondo il loro umore del momento, o anche in modo fisso.

Forse in certi momenti può essere utile spiegare il senso di un certo gesto liturgico, aggiungendo parole, il cui tono deve essere quello di un secondario e accessorio commento facilitatore. Altra cosa è alterare le formule della liturgia. Il minimo che si può dire è che un sacerdote che faccia così non si dimostra molto umile. Forse vuol fare sfoggio di creatività. Forse si ritiene superiore alla Chiesa, che ha fissato delle formule ben precise.

il segno della pace

Scambiarsi un segno di pace è senza dubbio una cosa bella, ma troppo spesso nelle chiese questo gesto viene vissuto in modo equivoco.

Il punto non è che siamo bravi noi ad essere uniti, accoglienti, fraterni. Non è una effusione di buoni sentimenti che sgorgano dal nostro cuoricino.

L'unità e la pace ci sono donate: noi non siamo buoni. O meglio, la nostra natura è buona, ma per il peccato originale ci è impossibile, con le sole nostre forze, non essere impostori e malvagi. Accogliere davvero l'altro, o anche solo non essergli ostile, è solo un dono, una grazia.

Quindi nel gesto del segno della pace deve esprimersi il grato riconoscimento di una realtà che non è merito nostro, ma dono dall'alto.

Perciò non ha senso:

Si dà la mano, come la si darebbe a Gesù, a chi abbiamo immediatamente intorno, nel modo più sobrio, ordinato e semplice possibile, consapevoli di essere compagni di un cammino verso un Destino familiare e misterioso al tempo stesso.

la mano nella mano al Padre Nostro

È una pratica definita da persone autorevoli inopportuna, perché può facilmente distrarre dal rapporto personale con Colui che stiamo pregando: uniti, certo, ma anche con tutto il nostro io.

la recezione dell'Eucarestia nella mano

In età moderna, post-tridentina, c'è stato un eccesso di devozione eucaristica? Per contrapporsi agli eccessi del protestantesimo che negava la presenza reale, i cattolici hanno ecceduto nella venerazione della presenza, vedendo solo nell'Eucarestia il Corpo di Cristo e non vedendolo più (anche e soprattutto) nella Chiesa? Per questo, come sostiene de Lubac, l'espressione Corpo Mistico, un tempo attribuita all'Eucarestia, è stata attribuita alla Chiesa, un tempo definita Corpo reale?

Mi spinge a riflettere su questo quanto affermato da Maria Simma, una veggente austriaca recentemente scomparsa. La Simma diceva di parlare con le anime del Purgatorio, e che queste si lamentavano moltissimo di come venga trattata l'Eucarestia dopo il Vaticano II, in particolare per via della sua recezione nella mano invece che sulla lingua, il che ha sminuito enormemente la venerazione che prima i fedeli avevano, quando si inginocchiavano e ricevevano dalle mani del sacerdote la sacra particola.

Un inciso, sulla attendibilità di Maria Simma. Fonti bene informate assicurano di un rapporto di conoscenza e di cordiale stima tra l'allora card. Ratzinger e la Simma (che ad esempio fecero visita insieme alla Sindone nella sua ultima esposizione a Torino). È poi un fatto incontestabile che quanto detto dalla Simma non sia mai stato condannato da alcuna autorità ecclesiastica, come invece avviene per fenomeni di falsi veggenti. E in effetti quanto la Simma dice riguardo ai dogmi è perfettamente e totalmente ortodosso e quanto sostiene di aver sperimentato è inconsueto, ma non impossibile; per chi crede. Inoltre dico personalmente che leggere le sue parole fa bene, fa venir voglia di essere più intensamente cristiani, lascia l'animo in pace, come non avviene quando si leggono cose anche solo un po' meno che ortodosse.

Come conciliare allora quello che le anime del Purgatorio raccomanderebbero, cioè di trattare con venerazione l'Eucarestia, non solo come atteggiamento interiore, ma anche con dei segni esteriori, ricevendola cioè sulla lingua e possibilmente in ginocchio, e non sulla mano e in piedi, come conciliarlo con quello che stimabili teologi come De Lubac e von Balthasar dicono, sul rovesciamento di valore, cui sopra accennavamo, avvenuto in età post-tridentina tra Chiesa ed Eucarestia?

Mi sembra si possa dire quanto segue:

  1. la venerazione per l'Eucarestia è esaurientemente coincidente col rapporto personale con Gesù Cristo: in tanto ha senso e non è formalismo venerare l'Eucarestia, in quanto si è in rapporto personale con Cristo, che è vero Uomo ma anche vero Dio, familiarmente amico ma anche venerabilmente Mistero;
  2. i segni esteriori però non sono solo espressione, ma anche introduzione pedagogica a una verità da riconoscere interiormente; così il mettersi in ginocchio a pregare può e dovrebbe avvenire non solo quando e se uno avverte una pienezza traboccante di sentimento, ma anche in momenti di aridità, per quanto profonda e grave questa possa essere;
  3. il rapporto personale con Cristo è vero se non è staccato dal rapporto col suo Corpo ecclesiale, la comunità della Chiesa, autorevolmente guidata da chi Cristo ha scelto; non si può volere bene a Cristo, se al tempo stesso non si vuol bene al luogo della sua presenza.
  4. Come non c'è alternativa tra rapporto personale con Cristo e adesione alla comunione ecclesiale, così non ce n'è tra venerazione (anche esteriormente manifestata) della presenza eucaristica e semplicità di cordiale adesione alla comunità. Una venerazione esteriore che fosse funzionale a un isolamento pseudo-mistico sarebbe formalistica ipocrisia o patologico autoinganno; ma una adesione alla comunità ecclesiale che non facesse sentire il bisogno di un rapporto personale con Colui che è Mistero, e a cui dobbiamo guardare anche con “timore e tremore”, sarebbe superficiale compagnoneria.

È indubbio che negli ultimi 40 anni, per il tipo di applicazione che si è dato al Concilio Vaticano II anche in campo liturgico, c'è stata una banalizzazione dell'Eucarestia; come in generale il senso del Mistero è venuto banalizzandosi, in una faciloneria orizzontalistica.

Tuttavia un certo timbro eccessivamente rigido del clero preconciliare è stato, a mio avviso, giustamente superato: penso a don Giussani e a Giovanni Paolo II, alla loro capacità di scherzare e di stare con gente in modo semplice, spontaneo e creativo, senza ingessati schematismi clericali. Perché è indubbio che una certa separazione tra clero e laicato è un portato post-tridentino, che non si trova nel Cristianesimo delle origini.

La loro familiarità con la gente però non era a buon mercato, non essendo disgiunta da una profonda serietà di interesse per il proprio e l'altrui destino, a cui ogni loro pensiero e gesto era indirizzato. Né mancava ad esempio in don Giussani, una attenzione anche a certi particolari esteriori: ricordo di averlo sentito più volte riprendere certi atteggiamenti di fidanzati universitari, un po' troppo abbarbicati l'uno all'altra. Nessun clericalismo, nessuna pretesa di ricevere un assegno in bianco in quanto prete, ma un giocare fino in fondo tutta la propria umanità, nella continua memoria di un simpatico e familiare, ma anche venerabile e misterioso Amico.

Confesso che da quando ho letto Maria Simma, ricevo sempre, se appena posso, la Comunione sulla lingua, e mi piacerebbe anche potermi inginocchiare. Non vedo in effetti alcuna grave ragione per fare il contrario, mentre ne vedo più di una per fare così. Se non altro come una pedagogia al recupero di un senso del Mistero, in sintonia con quanto insegnato e testimoniato da don Giussani e Giovanni Paolo II.

Schuster, una voce dissonante?

Recentemente peraltro ho letto un passaggio del card. Schuster (ne La sacra liturgia, ed. Piemme, 1996, p. 121), autore non certo sospettabile di modernismo, che tratta la comunione sulla mano in termini non negativi, rifacendosi a S.Cirillo di Gerusalemme: questi spiegherebbe “che quelle due mani, la destra sovrapposta alla sinistra, formano una specie di trono al Salvatore”, e una allusione a tale uso sarebbe nell'inno Coelestis deiferi Piscis, che nel suo quinto versetto recita dulce ede Piscem prae manibus ferens.

Che dire? Anzitutto non ho fatto uno studio di tutti gli scritti del card. Schuster, che possa rassicurarmi che questa posizione fosse costante e salda nel suo pensiero.

Comunque è evidente che la benevolenza con cui il cardinale vedeva quella “antica abitudine” non è per nulla disgiunta da un senso di profonda venerazione: le mani infatti sono come “un trono”, per un Re, venerabilmente maestoso. Evidentemente ai suoi occhi nella chiesa primitiva era più facile far coesistere tale pratica con un senso di deferente venerazione. Ma probabilmente, se egli avesso potuto vedere come tale pratica è stata ripresa a fine '900 avrebbe avuto di che rattristarsi.
Il punto fondamentale è certamente l'atteggiamento, che deve unire fiducia a timore reverenziale. Ma anche i segni esteriori hanno la loro importanza. Nel nostro contesto fortemente secolarizzato un recupero di simbolismi che aiutino a recuperare il senso del Mistero va visto positivamente.