hotel Giardino - Sirmione

False immagini del Cristianesimo

La chiesa dispone della gioia
di tutta la parte di gioia
riservata a questo triste mondo.
(Bernanos, Diario di un curato di campagna)


Ci sono false immagini della fede cristiana, che ne tengono lontano chi potrebbe accostarvisi, o ne rovinano a molti la possibilità di gustarne la potenza liberante.

Possiamo chiamare riduzioni queste false immagini: non si tratta infatti di eresie vere e proprie, perché chi le coltiva può benissimo non esserne consapevole, tant'è che quasi sempre queste riduzioni non segnano una ribellione al Magistero della Chiesa, che della vera fede è garante da venti secoli.

Senza pretesa di completezza tratteggiamo alcune delle più importanti riduzioni e delle loro dinamiche.

 

la radice di ogni riduzione

E' a livello di metodo : il Cristianesimo è un Fatto, il Fatto di Gesù Cristo, Uomo-Dio. Tutti i riduzionismi invece di partire da questo Fatto, partono da delle idee, credono che il Cristianesimo sia un insieme di idee.

Se il Cristianesimo sono delle idee, sia pur buone e belle, su Dio e l'uomo, allora ne segue che il problema di fronte a tale complesso di idee è applicarle: il problema è il mio dovere di applicarle.
 

Se il problema del Cristianesimo è "applicare delle idee": allora tutto poggia sulla mia volontà. Si attua così la riduzione moralistica della fede cristiana, nella sua duplice variante: individualistica, prevalente fino al Concilio Vaticano II, e sociologica, diffusasi dopo il Concilio.


Perché questa riduzione allontana molti dalla fede?
Perché ne viene fuori una immagine di Cristianesimo come riservato a chi ha una buona volontà, quindi soltanto a certi "tipi umani", sul cui volto in effetti si dipinge un pensiero del tipo: "mi sto sforzando molto di essere bravo" o "guardate come sono bravo" ("applauditemi!").

 

Ma non è forse necessario un impegno della volontà?
Certo! Ma un conto è un impegno di risposta a un Fatto incontrato, altro conto è far dipendere tutto dalla mia iniziativa. Solo nel primo caso uno è grato e in pace. Nel secondo sarà o in ansia perché non riesce a mantenere il livello di moralità programmato, o falsamente soddisfatto per una presunta perfezione, fatta di autosufficienza e di calcolo.

casi particolari

Da notare che ognuna delle riduzioni che segnaliamo di seguito può benissimo intrecciarsi con altre.

il riduzionismo biblicista

Si sente non di rado dire della importanza della Parola. Addirittura ho sentito un sacerdote (non un pastore protestante) dire in una omelia che un cristiano potrebbe benissimo fare a meno dei sacramenti, ma non della Parola (cioè della Bibbia).

Ora ciò non corrisponde al vero.

Nemmeno Lutero sosteneva che i sacramenti sono inutili.

Ma non si tratta solo dei sacramenti, bensì della integralità del Fatto cristiano: senza un Fatto, senza l'Avvenimento di un Incontro la Bibbia resterebbe un bel libro, belle parole, nobili, che danno da pensare. Nella migliore delle ipotesi: perché alla Bibbia hanno attinto, sradicandola dal suo contesto, tutti gli eresiarchi.


La Bibbia non è, come il Corano, un Testo calato dall'alto: è la testimonianza di un Fatto. E solo dentro un Fatto viene capita. Solo dentro il medesimo Contesto che l'ha generata.


Non credo perché leggo un libro, sia pure il Libro: credo perché ho visto dei volti, perché ho incontrato una Umanità che mi ha testimoniato quella stessa Realtà di cui quel Libro parla, anzi che in esso parla. La Parola, il Verbo non si è fatto carta: si è fatto carne.

Così come gli Apostoli, sulla cui testimonianza, trasmessa ininterrottamente di generazione in generazione, si fonda la nostra fede non hanno letto di Gesù: lo hanno visto; Gesù non ha detto ad Andrea e Giovanni, e agli altri discepoli: "andate e leggete la Bibbia", ma "venite, seguitemi". Seguite Me, Uomo in carne e ossa: Gesù non era un Libro, ma un Uomo in carne e ossa, e stando con Lui gli Apostoli avrebbero capito che quell'Uomo era Dio.

il riduzionismo miracolistico

Intendiamoci: non si può credere senza miracoli. Credere è un miracolo: cioè è qualcosa che eccede la ragione, ed è perciò reso possibile da un fattore che eccede la ragione e la natura; il che equivale a dire che la fede è una grazia, che essa è resa possibile da una energia soprannaturale.

Tuttavia ci sono diversi modi di intendere quale sia il miracolo su cui poggia fondamentalmente la fede (e la vita cristiana): per gli Apostoli erano sì importanti i miracoli (le guarigioni e gli altri eventi soprannaturali che Gesù operava), ma più decisivo e fondamentale era il Miracolo, che era la stessa persona di Gesù Cristo, nella sua umanità carica di fascino e di attrattiva, e capace di trasmettersi in qualche modo, come per lenta ma efficace osmosi, in coloro che Lo seguivano con cuore sincero.

Tanto è vero che chi lo vedeva occasionalmente, e vedeva dei miracoli, non sempre si sentiva vincolato a crederGli e a seguirLo: capitava per molti, sia pure spettatori di miracoli, che tutto finisse lì. Non fissavano infatti la loro attenzione sul Miracolo, che era la stessa persona di Cristo e la Sua capacità di rendere più umana (più vera, più pacificata) l'umanità di chi lo seguiva.

Così per noi: c'è un miracolo decisivo, che è il cambiamento (donato) della mia umanità, il mio cambiamento, il mio essere più vero, più capace di perdono e di gratuità, più in pace, più facilmente lieto; ci possono poi anche essere dei miracoli esterni a me, alla mia libertà, dei miracoli cioè di tipo fisico: la guarigione da una malattia incurabile, le lacrime di un dipinto sacro (come capitò a fine '700 nello stato pontificio invaso da Napoleone), l'acqua che sgorga a Lourdes, il sole che rotea a Fatima nel 1917, le bilocazioni padre Pio, e così via. Da notare che non sarebbe credente chi escludesse la possibilità di miracoli di questo tipo (si può solo, a ragion veduta, cioè a-posteriori, ritenersi non convinti della veridicità di questo o quel presunto miracolo): Dio può fare i miracoli: Gesù ne ha fatti, nel Suo nome tutti santi ne hanno fatti.

Ma senza il miracolo fondamentale, il cambiamento della propria umanità, i miracoli fisici non convincerebbero stabilmente e fino in fondo; viceversa se c'è il miracolo fondamentale, non c'è bisogno che ci siano gli altri. Attenzione: non c'è bisogno, non nel senso di un disprezzo o di un rifiuto; nel senso di una non-pretesa. Chinandosi con venerazione umile e grata laddove, per pura bontà di Dio, si verifichino anche quelli.

Il primato del miracolo sui miracoli esprime tra l'altro la profonda ragionevolezza della fede: il cambiamento di me infatti non consiste nella comparsa di una straordinarietà di facoltà strane o paranormali, ma nella attuazione piena della mia stessa natura, della mia umanità; consiste nel fatto che mi è reso possibile essere più me stesso; per esempio capace di piangere e di ridere, di giudicare con equità, di parlare senza offendere. Il miracolo è anzitutto, meglio implica anzitutto la pienezza della mia umanità, la grazia implica la piena realizzazione della natura: dunque la grazia, la fede è il compimento della natura, della ragionevolezza. C'è una continuità tra natura e grazia, c'è un fiorire della natura nella grazia, che la sola natura non saprebbe darsi.

C'è invece nella Chiesa chi fa poggiare la sua fede su una devozione che invece di cercare anzitutto il proprio cambiamento, cerca dei miracoli esteriori, dei fatti sensazionali. I quali, se non si collocano all'interno di un cammino integrale di conversione, hanno il potere di commuovere il sentimento, ma non cambiano la persona. Producono momenti di intensa emozione, che lasciano la vita come prima.

il riduzionismo ideologizzante

Chiamiamo così chi riduce (di fatto) il Cristianesimo a ideologia, a insieme di idee e di valori da "far trionfare" nella società senza passare attraverso il cambiamento, libero, delle persone. In questo modo si coltivano dei "progetti" volti a egemonizzare la società e lo stato, quasi irradiando i valori cristiani.

Spesso questo riduzionismo tende a dare una visione unilateralmente negativa della modernità, tranciando giudizi di totale condanna, e coltivando impossibili nostalgie per forme ormai passate.

Non è sbagliato, in realtà, desiderare che la società si cristianizzi: nelle Lettere di S.Paolo si dice che Cristo è "tutto in tutti" e ciò è bene per l'uomo che si manifesti.

Il punto allora qual è? Che non si tratta dell'esito di un progetto, il cui perno oltretutto sia in ambito politico (o culturale). Il Cristianesimo non si "irradia", si testimonia. Ad esso ci si può convertire, con un atto assolutamente libero della propria persona, mosso dalla testimonianza di altre persone, che rischiano di manifestare il cambiamento che in loro è avvenuto e avviene grazie a Cristo; non sarebbe conversione un "subire i valori cristiani", assorbendoli per osmosi dall'ambiente inteso come un che di impersonale e di non-libero. Il Cristianesimo non è una situazione, è un avvenimento.

E la cristianizzazione della società non è la condizione, ma l'esito dell'avvenimento della imprevedibile e libera conversione di persone a una Presenza, a un Tu, che non obbedisce a strategie, neanche "buone".

il riduzionismo doverista

Significa la fede ridotta a dovere. Come già abbiamo detto, ne viene fuori il tipico cristiano come "brava persona", soddisfatta di sé, ineccepibilmente regolare. Peccato solo che non rimandi oltre sé: vedendolo non viene da pensare "com'è grande Dio", ma "com'è (noiosamente) regolare quel tale", "che bravo", "che forza di volontà"; ma a me che cosa dice? Che speranza mi da? Non mi sollecita a cambiare, non dandomi testimonianza della forza della Grazia, ma al limite della forza della sua bravura.

C'è una variante apparentemente più pensosa del tipo umano di cristiano doveristico: è chi, pur rigorosissimo con sé stesso (o almeno amando apparire tale) ama atteggiarsi come tormentato da dubbi e da inquietudini "metafisiche", circa il livello di moralità propria e del mondo. E' il doverista perennemente insoddisfatto, inquieto, alla perpetua ricerca di ciò che non va, come avendo il peso del mondo sulle sue spalle, invariabilmente aggrottato e accigliato. Non di rado si unisce a Robespierre laici, e magari atei, di turno, nel testardo disegno di estirpare la zizzania anche a costo di strappare un bel po' di buon grano. Mai si concede di poter essere lieto, considerando la gioia come una colpa, un cedimento alla corruzione morale, se prima non si è messo a posto il mondo. E' triste quando gli viene da essere contento, è contento quando indignazione e preoccupazione gli riempiono l'animo.

Una volta il doverismo era soprattutto volto alla moralizzazione dell'individuo singolo, con una sottolineatura piuttosto ossessiva dei peccati legati al sesso. Oggi su quei temi c'è una gran confusione, che ha creato un lassismo programmatico, e si punta piuttosto il dito con indignazione contro i peccati "sociali". Così il doverismo, specie nella sua variante "tormentata" si risolve nel riduzionismo sociologistico-collettivistico-utopistico.

il riduzionismo social-utopistico

E' l'estrema degenerazione del doverismo, del Cristianesimo ridotto a dovere e non a Fatto, ad Avvenimento. Esso nasce dalla constatazione che la moralità individuale non è comunque un obbiettivo perseguibile: dunque perché avvitarsi su sé stessi? Molto meglio tormentarsi per qualcosa di meno autocolpevolizzante.

L'uomo non riesce a essere umano? Mica che si pensi di rivolgersi a Cristo per poterlo essere. No: ci pensiamo con le nostre forze, con i nostri sogni! Perché accusare sé stessi? Accusiamo gli altri, la società, i potenti della terra, le multinazionali. Non importa se la moralizzazione della società, basata sulle forze dell'uomo, sia non meno irrealizzabile della moralizzazione del singolo individuo: almeno così ci si diverte un po'. Sì, spaccando qualche vetrina. E così si hanno tanti compagni di cammino, e magari ci scappa pure qualche conversione. E poi, com'è bello vedere che finalmente qualcosa di muove.

Già: come Frankestein animato dalla corrente elettrica!

La verità, e torno su un registro non ironico, è che senza la grazia l'uomo non è capace di bene: sine Tuo numine nihil est in homine.

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