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S.Caterina da Siena

cenni sulla vita

Caterina, ventitreesima (con la la gemella Giovanna, che non sopravvisse) figlia di Giacomo (Jacopo) Benincasa e di Monna Lapa di Puccio dei Piacenti, nasce a Siena il 25 marzo del 1347.

Il padre era tintore (e la via del quartiere di Siena, Fontebranda, dove abitavano e lavoravano i Benincasa era appunto Via dei Tintori), perciò la sua famiglia era benestante, anche se non tra le più ricche di Siena. Tutti gli uomini della famiglia lavoravano nella tintoria, dove trovavano lavoro anche operai salariati. Il clima era di sana laboriosità. Grande autorità sull'educazione dei figli aveva del resto Monna Lapa, di carattere energico e volitivo.

S.Caterina

Fin da piccola Caterina rivela un interesse per la fede, e la sua vita è tessuta dal rapporto con Cristo; impressionante è l'episodio singolare di una esperienza mistica che ebbe a soli sei anni, nel 1353, quando, mentre camminava verso casa, in via del Costone, vide Gesù in abiti pontifici, insieme ai santi Pietro, Paolo e Giovanni, su un trono sopra la Chiesa di S.Domenico. Il Signore non le disse nulla, ma quella visione si impresse fortemente nell'animo di Caterina, che in seguito ne avrebbe sperimentato il significato. Tutta la sua vita infatti sarebbe trascorsa dentro l'Ordine Domenicano, e avrebbe avuto come una delle sue più grandi preoccupazioni il richiamo al Pontefice, perché riprendesse coscienza della sua vera missione, e dunque agisse conformemente a quello che era, il “dolce Cristo in terra”.

L'anno dopo fa voto di verginità, senza peraltro parlarne con i genitori. Per consolidare tale scelta, adotta uno stile di vita in cui la fede ha un posto esclusivo nell'orientare le sue scelte, in particolare Caterina, fin da bambina, rinuncia ai piaceri, specie quelli legati al cibo. Per scansare i rimproveri dei genitori, giunge a cedere nascostamente il cibo ai fratelli o a darlo ai gatti.

Così, quando i genitori decidono di maritarla, Caterina era ben decisa e consolidata nella sua scelta. Prendendo sul serio un consiglio datole come semplice battuta dal suo direttore spirituale, fra Tommaso della Fonte, un giovane domenicano, giunge, pur di non sposarsi, a tagliarsi completamente i capelli, rendendosi brutta e chiudendosi in casa.

La madre, che aveva già quasi combinato un matrimonio con quello che si dice un ottimo partito, Sandro Morini, ci resta davvero male e cerca di piegare la figlia con vessazioni pesanti e prolungate, trattando Caterina più come una sguattera che come una figlia, costringendola a lavori domestici senza fine. Venne anche obbligata a rinunciare a una sua camera personale, e fatta dormire col fratello Stefano: così la madre sperava che non avendo un luogo dove alimentare quelle che a lei apparivano come stramberie fanatiche, Caterina sarebbe prima possibile rinsavita. Ma la figlia di Giacomo resisteva alle angherie materne. Pur dormendo nella stanza col fratello, di notte si ritagliava tutto il suo spazio per la preghiera e per l'ascesi (dormendo non sul letto, ma sul pavimento). E di giorno svolgeva tutti i lavori che le venivano, con pietosa durezza, imposti, pensando di farli non per i suoi genitori, ma per la Sacra Famiglia.

Così alla fine, non fu lei a dover cedere, ma la madre. Un passaggio decisivo fu quando il padre si convinse della effettiva autenticità della vocazione religiosa della figlia: si dice che abbia visto, sopra il capo di Caterina raccolta in preghiera in camera sua, una colomba bianca, che egli percepì come simbolica di una speciale assistenza dello Spirito Santo. Al di là della storicità di questo episodio, quel che è certo è che Giacomo Benincasa fu il primo a credere alla serietà della vocazione della figlia quindicenne, al cui volere di consacrarsi totalmente a Cristo costrinse la riluttante moglie, Lapa, a cedere.

Caterina sceglie di entrare nel Terzo Ordine Domenicano, le cosiddette Mantellate, consacrate totalmente a Dio in povertà, castità e obbedienza, senza però entrare in un convento. Per diverso tempo quindi resta presso la famiglia, a Fontebranda, per poi intraprendere vari spostamenti, dettatile dalla missione, che Cristo le affidava, per il bene della Chiesa e dei fratelli. In un convento probabilmente non avrebbe avuto la libertà di movimento e di azione, che si sarebbero poi rivelate indispensabili per la sua missione.

Missione che si articolò in più direzioni: la carità verso i deboli (malati, condannati a morte, peccatori), anzitutto, e l'ansia di riportare la Sposa di Cristo, la Chiesa, alla sua autentica bellezza, liberandola dalle incrostazioni del naturalismo mondanizzante, e infine la preoccupazione di pacificare il mondo cristiano dalle lotte intestine, spesso sanguinose, per indirizzarne l'energia semmai verso la difesa dei Luoghi Santi, ricaduti in mano ai maomettani.

la carità verso i deboli

L'attività nel mondo di Caterina inizia con l'assistenza ai malati, nell'Ospedale senese di Santa Maria della Scala, “luogo di accoglienza di viandanti, pellegrini e ammalati sorto lungo il percorso della via Francigena”. Qui iniziano a manifestarsi le sue caratteristiche eccezionali, come la sua dedizione sconfinata ai malati, vincendo la sua istintiva ripugnanza, la sua sopportazione eroica delle difficoltà che lì incontra, e intorno a lei comincia ben presto a costituirsi come un movimento, non previsto da alcun “piano pastorale”, una compagnia di persone, la “bella Brigata”, che prende a riferirsi a Caterina come una autorità, chiamandola, nonostante la sua ancor giovane età, mamma.


Ma non è solo verso i malati che la carità si esprime: anche i condannati a morte la sperimentano. Vi è un primo caso di due condannati a morte, che senza l'intervento della Santa sarebbero andati incontro al loro ultimo istante senza alcun pentimento e alcuna speranza, e che invece la preghiera di Caterina riesce a smuovere, così che, senza incontrarli fisicamente, ne muove il cuore alla grazia della finale conversione.

Più commovente è l'episodio della sua vicinanza, questa volta tangibile, a un altro condannato a morte, sempre a Siena, ma per motivi politici. Si trattava di un giovane perugino, sospettato, a suo dire ingiustamente, di spionaggio, e che, vedendosi ormai prossimo a una morte ingiusta, bestemmiava e si ribellava furiosamente. Caterina, vincendo ogni resistenza formalistica, si fa portare nella sua cella, gli parla e riesce a calmarlo e a convincerlo che, al di là di quello che gli uomini possono fare di sbagliato, c'è comunque la mano di Dio, che è il nostro Destino. Così Niccolò di Toldo (Tuldo) accetta di confessarsi e di ricevere i sacramenti, e muore tra le mani di Caterina, che ne raccoglie il capo, reciso dal boia, con l'amorosa pietà di una sorella, certa che quello che si stava compiendo era l'anticamera del compimento buono della vita di Niccolò, come lui stesso aveva finito col riconoscere.


Infine i peccatori induriti furono oggetto della carità di Caterina: tra i tanti casi possiamo citare quello di Francesco Saracini, vecchio militare e accesso anticlericale, quello di Francesco Malavolti, spensierato gaudente e quello del ricco e ipocrita ser Nanni di Vanni Savini, che era riuscito a mettere le une contro le altre importanti famiglie senesi; tutti loro la Santa riesce a riportare alla fede, a una fede come obbedienza a Dio in Cristo, nella Chiesa.

la passione per la Chiesa

in membris ...

Della autenticità della vita soprannaturale di Caterina dubitarono, soprattutto all'inizio, in molti, anche dentro la Chiesa. Tra le sue stesse consorelle, le mantellate, non mancavano scetticismi e malevolenze.

Il suo rimanere rapita in estasi, ogni volta che riceveva la comunione eucaristica, appariva a qualcuno come una messa in scena. Caterina non se la prendeva, tanta era la sua certezza in Chi l'aveva chiamata. Del resto ci fu chi provò a infliggerle, mentre era in tale stato di “rapimento mistico”, dei dolori fisici, e la Santa non se ne accorse. Il che tra l'altro le procurò anche ferite di una certa serietà, allorché ad esempio delle dame ad Avignone, scocciate per quella figura che contrastava tanto con la loro frivola mondanità, le infilzarono un piede con un aculeo metallico, senza ottenere da Caterina alcuna reazione.

Ma scetticismo aleggiava anche tra molti religiosi; ad esempio tra i francescani di Siena, tra i quali si trovò chi le aizzò contro un dotto e raffinato frate, fra Lazzarino. Se non ché, non solo la Santa resse perfettamente all'esame, rigoroso e invadente, della sua ortodossia e santità di vita, ma con il suo esempio e le sue preghiere mise in crisi quel frate, che prendeva la regola di S.Francesco, soprattutto rispetto alla povertà, un po' troppo alla leggera, e lo rinconquistò così a una vita di fede più intensa e vera.

Tra gli altri ricordiamo anche William Flete, un dotto eremita inglese, trasferitosi in Toscana, pio e ortodosso, ma forse troppo pago della sua solitudine mistica: Caterina, seppure non riuscì a convincelo ad uscire dal suo stato eremitico, aprì con lui un dialogo fecondo, che spinse l'inglese ad aprire i suoi orizzonti all'intero campo delle necessità della Chiesa e del mondo.

il giudizio del suo Ordine

Caterina dovette affrontare anche il giudizio del supremo capitolo dell'ordine domenicano, riunitosi a Firenze, perché alcuni, nella Chiesa e nel suo stesso ordine, avevano avanzato dubbi e perplessità sul suo stile di vita, così eccentrico rispetto alla norma delle Mantellate.

Bisogna dare atto però al Ministro Generale dell'Ordine che la giovane Caterina venne trattata in modo equilibrato, e ben presto i teologi e le supreme autorità domenicane riconobbero come calunnie infondate tutte le accuse che erano state sollevate contro di lei.

... et in capite

Ma il capolavoro più eclatante di Caterina fu il ritorno dei Papi da Avignone a Roma. La Santa ebbe una vivida coscienza della sua missione nella Chiesa del suo tempo, ed individuò con chiarezza alcuni obbiettivi, che ritenne come certamente voluti dal Mistero che fa tutte le cose:

Di questi tre obbiettivi raggiunse interamente il primo, e solo in parte il terzo, ossia una certa quel pacificazione politica nel mondo cristiano italiano, come vedremo.

Gregorio XI fu il Papa che si lasciò convincere da Caterina a tornare a Roma. Sincero credente, aveva dei propositi giusti, ma era di temperamento debole e non osava mettersi contro la corona di Francia e la potente schiera di cardinali francesi, che volevano prolungare il soggiorno ad Avignone, adducendo il motivo, in gran parte, anche se non del tutto, pretestuoso di una insicurezza del Papa in Italia e a Roma.

In effetti era accaduto che si stava alimentando un circolo vizioso: in un'Italia priva della presenza del Papa, i suoi rappresentanti, i legati pontifici, erano tutti francesi e si comportavano con arroganza verso gli italiani, giudicati spesso più naturalisticamente che come fratelli nell'unico Corpo di Cristo. Questo alimentava la rabbia di molti italiani, che finivano col prendersela non solo con i rappresentanti papali, come singoli uomini, di nazionalità francese, ma contro lo stesso Papa, se non contro la Chiesa in quanto tale. Di qui la parziale verità che l'Italia fosse poco sicura.

Da una parte dunque il timore italiano, di cui si fece interprete soprattutto Firenze, che l'Italia diventasse una provincia francese; dall'altra il timore della curia avignonese che in Italia ci fosse un clima ormai antipapale. In realtà faceva comodo a molti cardinali francesi rimanere ad Avignone, in un clima mondano e lussuoso, esasperando la situazione italiana, per legittimare poi una dominatrice presenza anche politica francese; così come faceva comodo a certi capi fiorentini far credere che ormai il Papa fosse venduto a una Francia minacciosamente espansionista, per poter fare di Firenze lo stato-guida d'Italia.

Caterina dovette evitare entrambi gli eccessi e farsi mediatrice di pace tra una Firenze colpita da interdetto pontificio e una curia papale che la accolse con evidente malumore. Ma alla fine il Papa maturò una fiducia pressoché illimitata in lei e si risolse, con insolita determinatezza, a tornare a Roma. A nulla valsero le preghiere dei suoi stessi anziani genitori, con il padre che si interpose a sbarrargli la porta, e lui, Gregorio XI, che gli passò sopra.

Commovente poi l'episodio del Papa che, fatto scalo a Genova, e assalito da nuovi dubbi sull'opportunità del viaggio, funestato da tempeste, e con i cardinali furibondi che paventavano turbolenze e pericoli a Roma, si reca nottetempo, in incognito da Caterina, ricevendone una nuova conferma che la volontà di Dio era che lui tornasse dove era morto Pietro. E così avvenne.

Di lì a poco giunse anche la pacificazione tra Firenze e le città che le si erano unite, da una parte e il Papa dall'altra. Con ciò veniva segnato un importante risultato del terzo punto del programma “politico” cateriniano.

Il nuovo Papa, Urbano VI, si mosse sì per il secondo obbiettivo, la riforma del clero, ma lo fece con energia fin troppo brutalmente impetuosa e impaziente, trattando male molte personalità eminenti. Caterina, se a Gregorio XI poteva rimproverare un eccesso di mitezza e di pazienza, guardava con preoccupazione ai modi bruschi del suo successore, che per prelati abituati al lusso e agli agi sembrava pretendere un regime di intransigente, monastica ascesi, e gli consigliò una maggior duttilità.

Purtroppo gli ultimi anni della vita della Santa furono rattristati dallo scisma d'Occidente, con la mancata accettazione da parte francese dell'avvenuto trasferimento del Papa a Roma e la nomina di un Antipapa. Caterina non ebbe dubbi su chi fosse il vero Papa, quello di Roma e si mosse in tutti modi, non escluso quello militare, per farlo riconoscere a tutto il mondo cristiano.


Morì a trentatre anni, l'età in cui era morto il suo Signore e mistico Sposo, il 29 aprile 1380, circondata dall'affettuosa venerazione della cerchia dei suoi seguaci, tra cui la madre, Lapa.

alla radice

Che cosa stava alla radice di una attività così infaticabile, cui abbiamo del resto solo sommariamente accennato? Due sono i fattori sintetici che spiegano la fecondità di Caterina: l'umiltà, con cui la creatura diventa come un vaso spazioso, recettivo per la grazia, e la carità, ossia la grazia divina che si riversa nell'anima umile, e vi si accende, come olio in una lampada, irrandiando il bene.

umiltà

serrati nella cella del cogniscimento di te

A differenza di certi terzomondisti dei nostri tempi Caterina non ha voluto anzitutto cambiare il mondo, ma ha accettato di cambiare sè stessa, non secondo un suo progetto, ma disponibile al progetto di un Altro. E da lì, e solo da lì, parte come pienezza traboccante la sua azione nel mondo. L'inizio di tutto è l'incontro con una realtà buona, l'avvenimento di Gesù Cristo, che Caterina trova nella sua famiglia anzitutto e poi nella Chiesa senese, soprattutto nel vicino convento di S.Domenico.

Per diversi anni Caterina viva un intensa vita di silenzio e di contemplazione (quella che con termini oggi equivoci si direbbe una “vita interiore” o “spirituale”), senza che ciò si riversi, almeno visibilmente, sul mondo che la circonda.

Sono anni di preghiera e di ascesi, in cui Caterina vive alla presenza della Presenza, di Cristo, che misteriosamente le si rende esperibile, come maestro e “mistico Sposo”. L'insegnamento di questi anni si potrebbe riassumere in quello che la Santa spesso ripeteva, come dettole dallo stesso Signore: tu sei colei che non è, Io sono Colui che è.

In due sensi la creatura è nulla, vi è una duplice nullità: in senso ontologico, poiché non ha l'essere, ma lo riceve, istante dopo istante dal Mistero, dal Creatore, senza il quale, che l'ha fatta e la sostiene nell'essere, sprofonderebbe nel nulla; e in senso etico, perché il peccato annienta dell'essere, o meglio impedisce a dell'essere di essere, in quanto col peccato la creatura intelligente rifiuta i doni che il Mistero verrobbe elargirle e rovina quelli già elargiti, rendendoli sterili.

Se però la creatura riconosce quello essa è, ossia nulla, se quindi è umile (di una umiltà che non è forzata autodenigrazione, ma riconoscimento del vero), essa è come un vaso spazioso, che può ricevere abbondante l'olio della carità. E quanto maggiore è l'umiltà, tanto maggiore è lo spazio che si apre alla grazia, alla carità. Quanto meno l'uomo si fida di sè, dei suoi giudizi (suoi nel senso di frutto di sue elucubrazioni) e dei suoi progetti, tanto più e meglio può rendersi disponibile alla luce e alla energia che l'Altro, che è pienezza infinita gli può e gli vuole donare.

carità

Non è dunque la carità una generosità naturale, o naturalistica, non è merito dell'uomo, ma è dono. Nessuno ne è capace: a chi è umile, e cosciente del suo vuoto nulla, viene dato di affezionarsi a Chi solo lo riempie di beni, e al contempo a coloro in cui Lui è presente, anche se in forma non solo non visibile, ma addirittura apparentemente ripugnante: i malati, i morenti, i peccatori, le membra meno fedeli del Corpo di Cristo

Caterina vibrò di questa affezione (gratuitamente donatale) per Cristo anche nelle sue membra più doloranti, come abbiamo visto accennando alla sua vita. Giustamente ella stessa potè dire che la sua «natura è il fuoco», il fuoco del suo temperamento, energico e volitivo (spesso troviamo nelle sue lettere l'espressione, «io voglio», che mai, come è stato osservato, potremmo trovare in un S.Francesco) trasfigurato e sublimato dal fuoco della Grazia, della carità soprannaturale.

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