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Carron ha tradito don Giussani?

C’è chi pensa che Carron non stia guidando CL come avrebbe voluto don Giussani, e quindi in qualche modo lo stia “tradendo”, stia tradendo la fiducia in lui che aveva spinto il fondatore del Movimento ad affidargliene, neanche tanto velatamente, la guida, come suo auspicato “erede”.

Su cosa si basa questa accusa, che viene dai settori, diciamo, politicamente ultraconsevatori del Movimento?

Sul fatto che mentre don Giussani dava anche delle indicazioni politiche (o meglio per lo più lasciava che fossero altri, comunque autorevolmente, a darne, da lui non smentiti), ma soprattutto spingeva (anche) a fare delle “battaglie” politiche, tipo contro il divorzio o l’aborto, Carron ha scelto di non dare più indicazioni di voto, e soprattutto di non impegnare più il Movimento in quanto tale in battaglie politiche a difesa di quelli che gli ultraconservatori identificano (a mio parere fraintendendo Benedetto XVI) come “principi non-negoziabili”, sui quali pertanto un cristiano dovrebbe fare una battaglia all’ultimo sangue, rifuggendo da ogni mediazione e compromesso.

Ora, è incontestabile che un cambiamento ci sia stato. Ma è questo cambiamento in contraddittoria discontinuità con la storia precedente?

​Il movimento è «in movimento»

Don Giussani lo diceva fin dal ‘68: il movimento è «in movimento», non è imbalsamato in forme statiche e incapace di nuovi giudizi.

A Varigotti nel 1968 ad esempio Giussani dice che ci sono cose che lui faceva all’inizio, ma che oggi non farebbe più (cioè, in quel caso, proporre l’esperienza del movimento in nome di una lealtà alla tradizione in cui uno è nato). Quindi c’è stata una evoluzione, un cambiamento. Di cui nessuno si scandalizzava.

Ancora Giussani negli anni ‘70, intervistato da Robi Ronza, riconosceva inoltre che una certa impostazione di GS degli anni ‘60 aveva dei limiti (non c’era stata abbastanza culturalizzazione dell’esperienza di fede e questo aveva contribuito a lasciare molti sguarniti davanti allo sconquasso del ‘68) e quindi andava superata. Anche lì: evoluzione. Di cui nessuno si scandalizzava.

Quando ero studente liceale, si diceva, scherzando tra noi del Movimento, che uno era «giessino» (allora questo termine non designava, come adesso fa, gli attuali studenti di CL, ma i “ciellini” ante-68), per dire che si era fossilizzato sugli anni ‘60, sulla impostazione degli anni ’60. Segno che si avvertiva chiaramente un cambiamento intervenuto. Di cui nessuno si scandalizzava.

Quando poi ero studente universitario tra noi del CLU c’era il giudizio che finalmente, dopo una precedente impostazione (iper-)comunitaria, schematica, era venuto il “tempo della persona”, con una nuova importanza della libertà e della responsabilità personali. Anche qui: un cambiamento. Di cui nessuno si scandalizzava.

Ma tantissime volte Giussani aveva detto «finora abbiamo fatto “x”, adesso è venuto il momento di fare “y”». Tra i tanti esempi, ricordo che nella prima metà degli anni ‘80, Giussani disse qualcosa del tipo: «finora abbiamo puntato (soprattutto) sulla fede, adesso dobbiamo insistere sulla speranza» (citazione ovviamente non letterale). Anche lì: evoluzione. Di cui nessuno si scandalizzava.

Non per nulla, come accennavo all’inizio, tra noi universitari del CLU girava questa sottolineatura, che il Movimento è «in movimento».

Dunque che ci sia un cambiamento, non è (necessariamente) in contraddittoria discontinuità con il modo con cui Giussani soleva guidare CL.

Resta adesso da vedere se questo cambiamento lo sia o meno.

un cambiamento nella proposta di fede?

Vediamo: che cosa è cambiato? Don Giussani ha sempre detto che scopo del movimento è educare alla fede. È forse cambiato il modo di educare alla fede? Pare che i suoi stessi critici non abbiamo riserve su questo punto. Del resto Carron, nei suoi richiami fa riferimento all’80-90% a discorsi di Giussani.

​un cambiamento nel rapporto fede/politica

​che non è la questione cruciale

Dunque il cambiamento non riguarda l’educazione alla fede, ma il rapporto col mondo, con la politica. Osserviamo al riguardo che il fatto che in questo ambito ci siano diverse valutazioni non scandalizzava Giussani. Ad esempio egli stimava un errore il fatto che la gerarchia ecclesiastica si fosse opposta in modo duro all’introduzione del divorzio in Italia, avvallando il rifiuto, fatto da chi guidava la DC, della proposta andreottiana di mediazione (“concedere” la possibilità del divorzio a chi si sposava civilmente, lasciando però l’indissolubilità, anche civile, del matrimonio per chi si sposava religiosamente), e riteneva che tale linea “dura” fosse un errore, un errore dovuto a una percezione erroneamente ottimistica della reale incidenza del cristianesimo sulla società italiana contemporanea; tuttavia tale errore non lo scandalizzava, non innescava in lui una polemica acre contro la gerarchia, anzi il movimento nel ’74 si mobilitò senza risparmio di energie nella campagna referendaria per l’abrogazione del divorzio, che pure era una battaglia che secondo lui sarebbe stato possibile e auspicabile evitare, se ci fosse stata più prudente saggezza (nella linea di Andreotti).

Il minimo che si può dire dunque è che Giussani non assolutizzava la questione “politica”, il rapporto Chiesa/mondo: non ne faceva una questione dirimente. Ricordo ad esempio la risposta che diede a Robi Ronza sulla possibilità che un ciellino non aderisse a Movimento popolare, che era lo strumento semi-ufficiale di raccordo pre-partitico dei ciellini (e non solo) impegnati in politica: tale possibilità non lo scandalizzava, né lo inquietava. Era una possibilità da mettere in conto, rispettando la libertà della persona.

e che è un cambiamento in buona compagnia

Resta il fatto che certamente qualcosa è cambiato nell’impostare il rapporto Chiesa/mondo, movimento/politica. Vero, ma cominciamo col notare un punto tutt’altro che trascurabile. Questo cambiamento non ha riguardato il solo movimento di CL, ma la stragrande maggioranza della Chiesa (italiana), almeno successivamente a quella che potremmo chiamare l’era Ruini-Bagnasco, allorché la presidenza della CEI era fortemente impegnata in politica (si veda il nostro post sul rapporto vescovi-politica). Un esempio per tutti è il fatto che gli ultimi Family Days, caratterizzati per una fortissima polemica contro i “diritti” LGBT, visti come minacciosi verso la famiglia (discutibilmente, visto che la crisi della famiglia comincia ben prima che di tali diritti si cominci a parlare), e contro i quali si pensava di opporre una resistenza all’ultimo sangue, sono stati disertati (=non c’è stata adesione ufficiale) da quasi tutto l’associazionismo cattolico e da quasi tutti i movimenti ecclesiali (se si eccettuano i neo-catecumenali); segno di un cambiamento di atteggiamento rispetto all’era Ruini-Bagnasco; legato a questo c’è stata l’approvazione delle unioni civili, che è stata possibile, a detta di molti e anche a mio avviso, (solo) grazie alla scelta di gran parte del mondo cattolico italiano di non fare più barricate, come pochi anni prima ai tempi dei DICO.

Che cosa è cambiato nella Chiesa italiana? C’è molto meno la volontà di legare la fede a scelte politiche specifiche, determinate, e quindi molta minor interferenza della gerarchia ecclesiastica nelle vicende politiche e legislative italiane, e molto maggior rispetto dell’autonomia del laicato cattolico.

In questo senso il cambiamento attuato da Carron è in perfetta sintonia con la nuova “linea” della Chiesa italiana, e, in neanche tanto ultima analisi, con la “linea” del nuovo papa, Francesco.

Non è un caso, allora, che i critici di Carron sia anche critici della presidenza CEI e del Papa. Al punto tale che molti di tali critici non indietreggiano ad appoggiare quel Socci che nega che papa Francesco sia il legittimo papa (si veda il nostro intervento sulla criticabilità del papa), e alcuni di loro sostengono proprio che non sia papa, ma “il signor Bergoglio”, “quell’individuo”, eletto “dai cardinali massoni” (sic!) per sfasciare la Chiesa. Questo è il livello della polemica. Questi sono i critici di Carron.

Giussani avrebbe approvato una tale contestazione aspra e maligna verso il Vicario di Cristo?

Assolutamente no.

Lui ha sempre rispettato e insegnato ad amare il Vicario di Cristo. E anche verso il suo vescovo ha avuto sempre rispetto, anche laddove quello, come nel caso del card. Colombo, non lo capiva e non lo valorizzava.

​un cambiamento opportuno

Tuttavia non è detto che tutti i critici di Carron siano estremisti; alcuni, più moderati, potrebbero dire: va bene, il Papa e la Chiesa italiana hanno adottato questa linea, e noi non li demonizziamo, non diventiamo sedevacantisti, però anche loro possono sbagliare. Meglio stare con Giussani che con un Papa e una Chiesa che, senza essere eretici, sbagliano linea sul rapporto con mondo moderno.

Vediamo allora di dire qualcosa sulla ragionevolezza di questa linea, più dialogica verso il mondo moderno.

Vorremmo dire che questa linea è sia 1) virtù sia 2) necessità.

1) É virtù perché è più rispettosa della dignità e della libertà della persona, a) sia della persona del credente, che non può essere telecomandato come se fosse privo di ragione e di senso critico, tanto necessari in questioni “profane”, in cui non si possono dedurre dalla fede risposte belle e pronte (come pure in passato si è fatto, pretendendo di dedurre dalla fede il geocentrismo, ad esempio), b) sia della persona del non-credente, che potrebbe trovare un ostacolo a credere nel fatto che quell’autorità che dovrebbe trasmettergli la fede si impunta sul dettaglio di questioni “profane”, su cui lui ha tutt’altre idee (“profane”), si fa cioè conoscere avendo come tratto distintivo non l’annuncio di un Evento imprevedibile, ma la pretesa di imporre delle norme, la cui ragionevolezza non è evidente alla mentalità oggi prevalente. Si veda quanto abbiamo detto nel già citato intervento su vescovi e politica.

2) Ed è comunque necessità perché non siamo più in una cristianità, ma in una società pluralista, se non multiculturale, in cui l’identità cristiana è solo una delle tante identità, a cui non conviene pretendere di im-porre niente, ma a cui conviene pro-porre, con argomenti (razionali ed esperienziali), spogliandosi di ogni tentazione clericale. E questo, a livello politico, è compito dei laici, che giocano sul campo la loro umanità, lievitata dall’Avvenimento.

Tutto questo ha come sottofondo l’idea che è possibile incontrare l’altro, l’altro per quanto diverso da noi, in modo non ideologico, oltre ogni schema prefissato, aperti a quanto il Mistero, che è sempre più grande dei nostri progetti, può far accadere e che certo accade se due umanità di confrontano sulla base dell’umano e quindi dell’esperienza e della ragione, comune a tutti gli uomini. Sapendo che abbiamo da imparare potenzialmente da chiunque.

Ma, chiediamoci: faceva così Giussani? Dava importanza all’umano? Era aperto anche ai non-credenti? Sì. Infatti: non aveva forse una predilezione per il non-credente Leopardi? Non ne aveva scelto una poesia, apparentemente profana, come ringraziamento alla comunione? Non valorizzava il massone Mozart? Non valorizzava l’ateo Pascoli? Non valorizzava l’ateo Pasolini? Non valorizzava lo stesso super-ateo Nietzsche? Talora era anzi, almeno in privato, più critico verso certuni, che, nella Chiesa, pensavano di aver capito tutto di Dio (che lui non a caso chiamava più spesso con la parola “Mistero”), senza avvertire l’urgenza della domanda umana, quali mestieranti formalisti, di quanto non lo fosse per chi cercava sinceramente una risposta al bisogno di felicità.

Buon discepolo, in questo, del Maestro che era più vicino a «prostitute e pubblicani», che non ai farisei e agli scribi, che pretendevano di avere capito tutto di Dio, e così non entravano loro nel Regno ed impedivano ad altri di entrarvi:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il Regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.» (Mt 23, 13)

Certo, ci sono nella vita e negli scritti di don Giussani momenti di scontro anche duro col “mondo”. Ricordo ad esempio il caso della prima guerra del Golfo o il caso di Tangentopoli. Lì, su vicende politiche giocò tutta la sua autorevolezza “spirituale”. Vero.

Nel caso della prima guerra del Golfo, si potrebbe ricordare che essa venne appoggiata proprio da tanti di coloro che oggi criticano Carron e papa Francesco, e che difendevano più gli interessi USA e israeliani (o meglio delle destre americana e israeliana, con la loro idea di “annientare il nemico”) che non quelli dei cristiani mediorientali.

In quella circostanza a) era appunto in gioco qualcosa che a Giussani pareva evidente, la sopravvivenza di una presenza cristiana in Medio Oriente, e b) che invece praticamente tutte le fonti di informazione ignoravano, osannando a senso unico la guerra; e questo disorientava molti credenti. Molti credenti, prima dei giudizi de Il sabato, bevevano, io compreso, l’interpretazione dominante che vedeva la guerra come giusta. La storia ha dato ragione a Giussani, mostrando come la vita dei cristiani sia talmente peggiorata in Medio Oriente da consigliarne a moltissimi la fuga.

Quanto a Tangentopoli anche lì c’era da svegliare le coscienze intorpidite da una massiccia campagna mass-mediatica a senso unico che demonizzava la Prima Repubblica, dipingendola come totalmente negativa, in modo falso. E protagonisti di primo piano della Prima Repubblica erano state persone di fede (anche vicine a CL, come Sbardella o Andreotti) o comunque – come dire – leali con la comunità cristiana, come quel Craxi che disse che nella società di oggi c’è bisogno di «più Cristo».

Anche qui credo che si possa dire che Giussani percepiva che a) la posta in gioco era molto alta per una presenza cristiana e che b) si trattava di svegliare le coscienze, dato che quasi tutti (almeno quasi tutti quelli che si facevano sentire) seguivano pedissequamente la narrazione dominante, secondo cui la prima Repubblica, a guida sostanzialmente (demo)cristiana (e con alleati non ostili alla fede, come Craxi) era totalmente marcia e che finalmente si faceva pulizia.

In entrambi i casi si trattava di a) andare controcorrente per b) difendere un valore importante minacciato.

Allora perché Carron non è altrettanto battagliero?

Senza alcuna pretesa di farci suoi interpreti, crediamo di averlo sostanzialmente spiegato:

1) da una parte è cambiato il contesto storico, come dice papa Francesco stiamo vivendo non “un’epoca di cambiamento”, ma “un cambiamento d’epoca”. Da una parte non ci sono più ideologie totalizzanti (occidentali, almeno) radicalmente anticristiane, come lo erano stati nel ‘900 il marxismo/comunismo e il nazi-fascismo. Prevediamo qui l’obiezione degli ultraconservatori: il gender! Evidentemente in chi guida la Chiesa e il movimento c’è una valutazione diversa sulla sua pericolosità: estremamente contagioso per l’ultra-destra (che giudica attraente il comportamento “diverso”: come potrebbe essere contagioso se non fosse attraente e gustoso?), circoscritto e non-contagioso (perché radicato in vissuti di sofferenza personale propri solo di alcuni esseri umani) per chi guida la Chiesa. Si può vedere quanto abbia scritto riguardo all’omofobia.

Quindi non si sono date, almeno finora, situazioni di reale minaccia alla libertas Ecclesiae, che è poi il valore da salvaguardare.

2) Dall’altro, parallelamente, c’è stata una maturazione della coscienza teologica, nel senso che è venuta definitivamente meno la cristianità, e non può essere accettata la infida tentazione di cavalcare le forze che propongono una nuova religione civile, approfittando dello smarrimento generato in molti dal “cambiamento d’epoca”, dato che tale “religione civile” non avrebbe niente a che fare con la fede, che è personale, e anzi potrebbe, legandosi a valori politici di parte, allontanare molti dalla fede.

Insomma quello che importa non è che la società sia “cristiana” (il che del resto, facilmente, nei progetti degli ultraconservatori, significherebbe una sottolineatura unilaterale di alcuni valori, scartandone del tutto altri, come la solidarietà e la giustizia), quello che importa è che la persona possa incontrare Gesù Cristo, possa essere educata alla fede (si veda anche qui: sulla importanza da attribuire alla politica e alle leggi).

Insomma non importa la cristianità, ma il cristianesimo. La prima verrà, se Dio vorrà, come Dio vorrà e quando Dio vorrà.

Non è che uno non cerchi di unire fede e cultura, ma si deve essere consapevoli che tale unità, a cui tendere sempre asintoticamente, non poggia su categorie (culturali astratte) che, capite una volta per tutte, assicurerebbero un possesso della fede («ho capito tutto, adesso ho solo da applicare quello che ho capito»), ma poggia sulla esperienza della fede come incontro con un Avvenimento sempre nuovo e imprevedibile, in cui si rivela il Mistero semper maior, che è sì familiare, e di cui possiamo riconoscere con gratitudine, di momento in momento, i doni, ma che è sempre anche al di là di ogni nostro pensiero e immaginazione, non è possedibile, e perciò al Cui cenno dobbiamo sempre guardare, senza dare per scontato di averLo capito una volta per tutte. Guardando la realtà, in cui Lui si rivela, piuttosto che applicando nostri schemi a priori (come mi pare facciano quelli che lamentano una non unità di fede e cultura, pensando in realtà a una concettualizzabilità esauriente, definita e definitiva del Mistero, il che, notiamo en passant renderebbe inutile e senza senso la storia, personale e collettiva).

I critici di Carron (e del papa) gli rimproverano una protestantizzazione della proposta. Ma non sono forse proprio loro che contestano la vivente e carnale continuità storica di don Giussani, del carisma, in nome di frasi e concetti del Fondatore, estrapolati dal contesto? Non imitano in ciò Lutero, che rifiutava il Papa in nome della Bibbia? Si licet parva componere magnis, a me sembra che i critici di Carron stanno a don Giussani, un po’ come Lutero stava a Gesù Cristo: contestano una realtà vivente in nome di un testo, scorporato dal contesto.

In ciò essi mi sembrano, come ha ammonito a non essere papa Francesco, «adoratori di ceneri».

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