la fede, in sintesi

Fides quae (l'oggetto della fede)

Nella tradizione teologica si distingue la fede come ciò che è creduto (fides quae: l'oggetto della fede) e come atto di credere (fides qua, l'atto di fede).

battesimo di Cristo

Come abbiamo visto il cristianesimo è un fatto, un Fatto assolutamente singolare, perciò non è deducibile da una legge. La Sua singolarità assoluta eccede la regolarità universale delle leggi razionalmente concepibili: in termini teologici è soprannaturale, un dono gratuito, una Grazia.

Di fatto il cristianesimo consiste essenzialmente nella comunità cristiana, la Chiesa, in cui Cristo si rende incontrabile.

La fede è riconoscere che l'umanità nuova, presente nella Chiesa non è riconducibile, riducibile a spiegazioni umane, naturalistiche, razionali.

Fides qua (l'atto della fede)

Ma come facciamo ad essere ragionevolmente certi che non si tratti di una illusione? Come possiamo sapere che la fede non sia riducibile in termini psicologici (come un rifugio dalle difficoltà del vivere, o come il perdurare di indicazioni genitoriali o di figure autorevoli “installatesi” nel nostro nel senso dato da Freud a questo terminesuper-Io) o sociologici (come è quello che pensava Marx: la religione come “oppio del popolo”puntello del potere economico, in virtù della sua capacità di spostare l'attenzione dal conflitto sociale)? È il problema della fede, dell'atto di fede.

Soprattutto in passato era facile credere per tradizione, perché i genitori e i nonni avevano spinto in tale direzione e tutta la società la confermava.

Da tempo le cose sono cambiate e credere non è più possibile senza una verifica personale. Si tratta di verificare, in un modo che ha diverse analogie con un esperimento scientifico, se il fatto di credere ci rende più umani. Dove “più umano” significa sia un potenziamento della conoscenza sia un potenziamento della capacità operativa e relazionale, con la conseguenza di un riverbero emotivo positivo: la pace e la letizia.

La fede insomma non ci convince perché facendo dei ragionamenti, che pure ci possono benissimo stare, capiamo astrattamente che essa deve essere vera.

Ci convince solo se facciamo esperienza nella nostra vita del suo potere umanizzante, del suo essere imprevedibile e irriducibile fonte di pace e di gioia.

il cammino della fede

Di fatto anzitutto accade che noi vediamo fuori di noi che la fede rende più umane le persone che credono (a patto, che credano per davvero, il che non è scontato). Queste persone sono tra loro unite: è la comunità cristiana, la Chiesa.

Poi però tocca a ognuno di noi fare una verifica personale, un cammino. Di solito questo cammino ha un inizio scoppiettante, con cui intuiamo che nel cristianesimo c'è la salvezza della nostra vita. Ma poi è inevitabile che arrivino delusioni e difficoltà. Queste ultime non sono qualcosa che sarebbe meglio non ci fosse: perché sono l'occasione per sperimentare la solidità di ciò in cui crediamo. È infatti solo se noi affrontiamo le difficoltà, che Cristo può rivelarsi in esse vincitore.

Possiamo ragionevolmente credere che Dio si è fatto uomo, che l'Invisibile si è reso visibile, se in una realtà visibile, la comunità cristiana, si rende incontrabile qualcosa che nessuna forza semplicemente umana, materiale, visibile, sarebbe capace di produrre. Qualcosa di irriducibile a una spiegazione puramente razionale, naturale. Qualcosa quindi in cui è ragionevole vedere la presenza di una realtà diversa da quella naturale, materiale, razionalmente e scientificamente indagabile, e ad essa superiore: la presenza, cioè, del Divino.

Riconoscere che nell'umano, in un certo umano è presente del divino: questa è la fede. Ed è qualcosa di analogo a quanto avveniva a chi incontrava Cristo quando era visibile nella sua umanità singolare su questa terra, nella Palestina di 20 secoli fa: in quell'uomo si poteva riconoscere il divino, si poteva riconoscere che era Dio. Per via delle opere che faceva, delle parole che diceva, ma più ancora per via della sua umanità tutta.

E anche allora, come oggi, la fede cresceva in un cammino di convivenza, e attraversava inevitabili momenti di difficoltà.

Il dono della fede

Ma per riconoscere il divino presente nell'umano non bastano le nostre forze. Come la presenza del divino (fuori di noi, ex parte obiecti) è qualcosa che eccede la natura, così riconoscere tale presenza (da parte nostra, ex parte subiecti) eccede le forze della nostra natura, della nostra ragione. Per questo si dice che la fede è un dono, una grazia.

In termini teologici la fede, è un habitus soprannaturale, che abilita stabilmente a riconoscere nell'umanità eccezionale di Cristo (per i suoi contemporanei) e dei Suoi (per tutti coloro che sono venuti dopo) la Presenza del divino, abilita a riconoscere Dio in quell'Uomo, come unica spiegazione possibile della Sua eccezionalità.

Per questo per credere occorre un atteggiamento di umiltà, che riconosca che la realtà è più grande di quanto noi possiamo misurare e calcolare, e quindi di mendicanza, di domanda a Dio, che «compia in noi ciò che iniziato» (come amava dire don Giussani). Il fondamento della preghiera, come si vede dalla formula appena citata, è «ciò che» un Altro «ha iniziato»; dunque occorre fare memoria, soprattutto riandare al primo incontro, in cui più viva era l'evidenza di trovarsi di fronte a qualcosa di eccezionale, di irriducibile, fonte di gioia e e di pace. All'inizio insomma c'è l'ontologia non l'etica, l'Iniziativa di un Altro, non un nostro sforzo. Poi, su questo, occore ci sia anche la nostra parte: chiedere a Lui che «compia». Chiedere senza stancarsi e senza pretendere, senza misurare.

Le riduzioni della fede

Ovvero la tentazione di impadronirsi della fede.

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