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Carron e don Giussani

«Dio si serve dell’effimero. Ritorna l’importanza dell’effimero: per ora, il paragone ultimamente con la persona determinata con cui tutto è cominciato. Io posso essere dissolto, ma i testi lasciati e il seguito ininterrotto - se Dio vorrà - delle persone indicate come punto di riferimento, come interpretazione vera di quello che in me è successo, diventano lo strumento per la correzione e per la risuscitazione; diventano lo strumento per la moralità. La linea dei riferimenti indicati è la cosa più viva del presente, perché un testo può essere interpretato anch’esso; è difficile interpretarlo male, ma può essere interpretato così.

Dare la vita per l’opera di un Altro implica sempre un nesso tra la parola «Altro» e qualcosa di storico, concreto, tangibile, sensibile, descrivibile, fotografabile, con nome e cognome. Senza questo si impone il nostro orgoglio, questo sì effimero, ma effimero nel senso peggiore del termine. Parlare di carisma senza storicità, non è dire un carisma cattolico.»

(Luigi Giussani, Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l'opera di un Altro, §4)

C’è chi pensa che Carron non abbia guidato CL come avrebbe voluto don Giussani, e quindi in qualche modo lo abbia “tradito”, abbia tradito la fiducia in lui che aveva spinto il fondatore del Movimento ad affidargliene, neanche tanto velatamente, la guida, come suo auspicato “erede”.

Su cosa si basa questa accusa, che viene dai settori, diciamo, politicamente ultraconsevatori del Movimento?

Sul fatto che mentre don Giussani dava anche delle indicazioni politiche (o meglio per lo più lasciava che fossero altri, comunque autorevolmente, a darne, da lui non smentiti), ma soprattutto spingeva (anche) a fare delle “battaglie” politiche, tipo contro il divorzio o l’aborto, Carron ha scelto di non dare più indicazioni di voto, e soprattutto di non impegnare più il Movimento in quanto tale in battaglie politiche a difesa di quelli che gli ultraconservatori identificano (a mio parere fraintendendo Benedetto XVI) come “principi non-negoziabili”, sui quali pertanto un cristiano dovrebbe fare una battaglia all’ultimo sangue, rifuggendo da ogni mediazione e compromesso.

Ora, è incontestabile che un cambiamento ci sia stato. Ma è questo cambiamento in contraddittoria discontinuità con la storia precedente?

​Il movimento è «in movimento»

Don Giussani lo diceva fin dal ‘68: il movimento è «in movimento», non è imbalsamato in forme statiche e incapace di nuovi giudizi.

A Varigotti nel 1968 ad esempio Giussani dice che ci sono cose che lui faceva all’inizio, ma che oggi non farebbe più (cioè, in quel caso, proporre l’esperienza del movimento in nome di una lealtà alla tradizione in cui uno è nato). Quindi c’è stata una evoluzione, un cambiamento. Di cui nessuno si scandalizzava.

Ancora Giussani negli anni ‘70, intervistato da Robi Ronza, riconosceva inoltre che una certa impostazione di GS degli anni ‘60 aveva dei limiti (non c’era stata abbastanza culturalizzazione dell’esperienza di fede e questo aveva contribuito a lasciare molti sguarniti davanti allo sconquasso del ‘68) e quindi andava superata. Anche lì: evoluzione. Di cui nessuno si scandalizzava.

Quando ero studente liceale, si diceva, scherzando tra noi del Movimento, che uno era «giessino» (allora questo termine non designava, come adesso fa, gli attuali studenti di CL, ma i “ciellini” ante-68), per dire che si era fossilizzato sugli anni ‘60, sulla impostazione degli anni ’60. Segno che si avvertiva chiaramente un cambiamento intervenuto. Di cui nessuno si scandalizzava.

Quando poi ero studente universitario tra noi del CLU c’era il giudizio che finalmente, dopo una precedente impostazione (iper-)comunitaria, schematica, era venuto il “tempo della persona”, con una nuova importanza della libertà e della responsabilità personali. Anche qui: un cambiamento. Di cui nessuno si scandalizzava.

Ma tantissime volte Giussani aveva detto «finora abbiamo fatto “x”, adesso è venuto il momento di fare “y”». Tra i tanti esempi, ricordo che nella prima metà degli anni ‘80, Giussani disse qualcosa del tipo: «finora abbiamo puntato (soprattutto) sulla fede, adesso dobbiamo insistere sulla speranza» (citazione ovviamente non letterale). Anche lì: evoluzione. Di cui nessuno si scandalizzava.

Non per nulla, come accennavo all’inizio, tra noi universitari del CLU girava questa sottolineatura, che il Movimento è «in movimento».

Dunque che ci sia un cambiamento, non è (necessariamente) in contraddittoria discontinuità con il modo con cui Giussani soleva guidare CL.

Resta adesso da vedere se questo cambiamento lo sia o meno.

un cambiamento nella proposta di fede?

Vediamo: che cosa è cambiato? Don Giussani ha sempre detto che scopo del movimento è educare alla fede. È forse cambiato il modo di educare alla fede? Pare che i suoi stessi critici non abbiamo riserve su questo punto. Del resto Carron, nei suoi richiami fa riferimento all’80-90% a discorsi di Giussani.

​un cambiamento nel rapporto fede/politica

​che non è la questione cruciale

Dunque il cambiamento non riguarda l’educazione alla fede, ma il rapporto col mondo, con la politica. Osserviamo al riguardo che il fatto che in questo ambito ci siano diverse valutazioni non scandalizzava Giussani. Ad esempio egli stimava un errore il fatto che la gerarchia ecclesiastica si fosse opposta in modo duro all’introduzione del divorzio in Italia, avvallando il rifiuto, fatto da chi guidava la DC, della proposta andreottiana di mediazione (“concedere” la possibilità del divorzio a chi si sposava civilmente, lasciando però l’indissolubilità, anche civile, del matrimonio per chi si sposava religiosamente), e riteneva che tale linea “dura” fosse un errore, un errore dovuto a una percezione erroneamente ottimistica della reale incidenza del cristianesimo sulla società italiana contemporanea; tuttavia tale errore non lo scandalizzava, non innescava in lui una polemica acre contro la gerarchia, anzi il movimento nel ’74 si mobilitò senza risparmio di energie nella campagna referendaria per l’abrogazione del divorzio, che pure era una battaglia che secondo lui sarebbe stato possibile e auspicabile evitare, se ci fosse stata più prudente saggezza (nella linea di Andreotti).

Il minimo che si può dire dunque è che Giussani non assolutizzava la questione “politica”, il rapporto Chiesa/mondo: non ne faceva una questione dirimente. Ricordo ad esempio la risposta che diede a Robi Ronza sulla possibilità che un ciellino non aderisse a Movimento popolare, che era lo strumento semi-ufficiale di raccordo pre-partitico dei ciellini (e non solo) impegnati in politica: tale possibilità non lo scandalizzava, né lo inquietava. Era una possibilità da mettere in conto, rispettando la libertà della persona.

e che è un cambiamento in buona compagnia

Resta il fatto che certamente qualcosa è cambiato nell’impostare il rapporto Chiesa/mondo, movimento/politica. Vero, ma cominciamo col notare un punto tutt’altro che trascurabile. Questo cambiamento non ha riguardato il solo movimento di CL, ma la stragrande maggioranza della Chiesa (italiana), almeno successivamente a quella che potremmo chiamare l’era Ruini-Bagnasco, allorché la presidenza della CEI era fortemente impegnata in politica (si veda il nostro post sul rapporto vescovi-politica). Un esempio per tutti è il fatto che gli ultimi Family Days, caratterizzati per una fortissima polemica contro i “diritti” LGBT, visti come minacciosi verso la famiglia (discutibilmente, visto che la crisi della famiglia comincia ben prima che di tali diritti si cominci a parlare), e contro i quali si pensava di opporre una resistenza all’ultimo sangue, sono stati disertati (=non c’è stata adesione ufficiale) da quasi tutto l’associazionismo cattolico e da quasi tutti i movimenti ecclesiali (se si eccettuano i neo-catecumenali); segno di un cambiamento di atteggiamento rispetto all’era Ruini-Bagnasco; legato a questo c’è stata l’approvazione delle unioni civili, che è stata possibile, a detta di molti e anche a mio avviso, (solo) grazie alla scelta di gran parte del mondo cattolico italiano di non fare più barricate, come pochi anni prima ai tempi dei DICO.

Che cosa è cambiato nella Chiesa italiana? C’è molto meno la volontà di legare la fede a scelte politiche specifiche, determinate, e quindi molta minor interferenza della gerarchia ecclesiastica nelle vicende politiche e legislative italiane, e molto maggior rispetto dell’autonomia del laicato cattolico.

In questo senso il cambiamento attuato da Carron è in perfetta sintonia con la nuova “linea” della Chiesa italiana, e, in neanche tanto ultima analisi, con la “linea” del nuovo papa, Francesco I.

Non è un caso, allora, che i critici di Carron sia anche critici della presidenza CEI e del Papa. Al punto tale che molti di tali critici non indietreggiano ad appoggiare quel Socci che nega che papa Francesco sia il legittimo papa (si veda il nostro intervento sulla criticabilità del papa), e alcuni di loro sostengono proprio che non sia papa, ma “il signor Bergoglio”, “quell’individuo”, eletto “dai cardinali massoni” (sic!) per sfasciare la Chiesa. Questo è il livello della polemica. Questi sono i critici di Carron.

Giussani avrebbe approvato una tale contestazione aspra e maligna verso il Vicario di Cristo?

Assolutamente no.

Lui ha sempre rispettato e insegnato ad amare il Vicario di Cristo. E anche verso il suo vescovo ha avuto sempre rispetto, anche laddove quello, come nel caso del card. Colombo, non lo capiva e non lo valorizzava.

​un cambiamento opportuno

Tuttavia non è detto che tutti i critici di Carron siano estremisti; alcuni, più moderati, potrebbero dire: va bene, il Papa e la Chiesa italiana hanno adottato questa linea, e noi non li demonizziamo, non diventiamo sedevacantisti, però anche loro possono sbagliare. Meglio stare con Giussani che con un Papa e una Chiesa che, senza essere eretici, sbagliano linea sul rapporto con mondo moderno.

Vediamo allora di dire qualcosa sulla ragionevolezza di questa linea, più dialogica verso il mondo moderno.

Vorremmo dire che questa linea è sia 1) virtù sia 2) necessità.

1) É virtù perché è più rispettosa della dignità e della libertà della persona, a) sia della persona del credente, che non può essere telecomandato come se fosse privo di ragione e di senso critico, tanto necessari in questioni “profane”, in cui non si possono dedurre dalla fede risposte belle e pronte (come pure in passato si è fatto, pretendendo di dedurre dalla fede il geocentrismo, ad esempio), b) sia della persona del non-credente, che potrebbe trovare un ostacolo a credere nel fatto che quell’autorità che dovrebbe trasmettergli la fede si impunta sul dettaglio di questioni “profane”, su cui lui ha tutt’altre idee (“profane”), si fa cioè conoscere avendo come tratto distintivo non l’annuncio di un Evento imprevedibile, ma la pretesa di imporre delle norme, la cui ragionevolezza non è evidente alla mentalità oggi prevalente. Si veda quanto abbiamo detto nel già citato intervento su vescovi e politica.

2) Ed è comunque necessità perché non siamo più in una cristianità, ma in una società pluralista, se non multiculturale, in cui l’identità cristiana è solo una delle tante identità, a cui non conviene pretendere di im-porre niente, ma a cui conviene pro-porre, con argomenti (razionali ed esperienziali), spogliandosi di ogni tentazione clericale. E questo, a livello politico, è compito dei laici, che giocano sul campo la loro umanità, lievitata dall’Avvenimento.

Tutto questo ha come sottofondo l’idea che è possibile incontrare l’altro, l’altro per quanto diverso da noi, in modo non ideologico, oltre ogni schema prefissato, aperti a quanto il Mistero, che è sempre più grande dei nostri progetti, può far accadere e che certo accade se due umanità di confrontano sulla base dell’umano e quindi dell’esperienza e della ragione, comune a tutti gli uomini. Sapendo che abbiamo da imparare potenzialmente da chiunque.

Ma, chiediamoci: faceva così Giussani? Dava importanza all’umano? Era aperto anche ai non-credenti? Sì. Infatti: non aveva forse una predilezione per il non-credente Leopardi? Non ne aveva scelto una poesia, apparentemente profana, come ringraziamento alla comunione? Non valorizzava il massone Mozart? Non valorizzava l’ateo Pascoli? Non valorizzava l’ateo Pasolini? Non valorizzava lo stesso super-ateo Nietzsche? Talora era anzi, almeno in privato, più critico verso certuni, che, nella Chiesa, pensavano di aver capito tutto di Dio (che lui non a caso chiamava più spesso con la parola “Mistero”), senza avvertire l’urgenza della domanda umana, quali mestieranti formalisti, di quanto non lo fosse per chi cercava sinceramente una risposta al bisogno di felicità.

Buon discepolo, in questo, del Maestro che era più vicino a «prostitute e pubblicani», che non ai farisei e agli scribi, che pretendevano di avere capito tutto di Dio, e così non entravano loro nel Regno ed impedivano ad altri di entrarvi:

«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il Regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.» (Mt 23, 13)

Certo, ci sono nella vita e negli scritti di don Giussani momenti di scontro anche duro col “mondo”. Ricordo ad esempio il caso della prima guerra del Golfo o il caso di Tangentopoli. Lì, su vicende politiche giocò tutta la sua autorevolezza “spirituale”. Vero.

Nel caso della prima guerra del Golfo, si potrebbe ricordare che essa venne appoggiata proprio da tanti di coloro che oggi criticano Carron e papa Francesco, e che difendevano più gli interessi USA e israeliani (o meglio delle destre americana e israeliana, con la loro idea di “annientare il nemico”) che non quelli dei cristiani mediorientali.

In quella circostanza a) era appunto in gioco qualcosa che a Giussani pareva evidente, la sopravvivenza di una presenza cristiana in Medio Oriente, e b) che invece praticamente tutte le fonti di informazione ignoravano, osannando a senso unico la guerra; e questo disorientava molti credenti. Molti credenti, prima dei giudizi de Il sabato, bevevano, io compreso, l’interpretazione dominante che vedeva la guerra come giusta. La storia ha dato ragione a Giussani, mostrando come la vita dei cristiani sia talmente peggiorata in Medio Oriente da consigliarne a moltissimi la fuga.

Quanto a Tangentopoli anche lì c’era da svegliare le coscienze intorpidite da una massiccia campagna mass-mediatica a senso unico che demonizzava la Prima Repubblica, dipingendola come totalmente negativa, in modo falso. E protagonisti di primo piano della Prima Repubblica erano state persone di fede (anche vicine a CL, come Sbardella o Andreotti) o comunque – come dire – leali con la comunità cristiana, come quel Craxi che disse che nella società di oggi c’è bisogno di «più Cristo».

Anche qui credo che si possa dire che Giussani percepiva che a) la posta in gioco era molto alta per una presenza cristiana e che b) si trattava di svegliare le coscienze, dato che quasi tutti (almeno quasi tutti quelli che si facevano sentire) seguivano pedissequamente la narrazione dominante, secondo cui la prima Repubblica, a guida sostanzialmente (demo)cristiana (e con alleati non ostili alla fede, come Craxi) era totalmente marcia e che finalmente si faceva pulizia.

In entrambi i casi si trattava di a) andare controcorrente per b) difendere un valore importante minacciato.

Allora perché Carron non è altrettanto battagliero?

Senza alcuna pretesa di farci suoi interpreti, crediamo di averlo sostanzialmente spiegato:

1) da una parte è cambiato il contesto storico, come dice papa Francesco stiamo vivendo non “un’epoca di cambiamento”, ma “un cambiamento d’epoca”. Da una parte non ci sono più ideologie totalizzanti (occidentali, almeno) radicalmente anticristiane, come lo erano stati nel ‘900 il marxismo/comunismo e il nazi-fascismo. Prevediamo qui l’obiezione degli ultraconservatori: il gender! Evidentemente in chi guida la Chiesa e il movimento c’è una valutazione diversa sulla sua pericolosità: estremamente contagioso per l’ultra-destra (che giudica attraente il comportamento “diverso”: come potrebbe essere contagioso se non fosse attraente e gustoso?), circoscritto e non-contagioso (perché radicato in vissuti di sofferenza personale propri solo di alcuni esseri umani) per chi guida la Chiesa. Si può vedere quanto abbia scritto riguardo all’omofobia.

Quindi non si sono date, almeno finora, situazioni di reale minaccia alla libertas Ecclesiae, che è poi il valore da salvaguardare.

2) Dall’altro, parallelamente, c’è stata una maturazione della coscienza teologica, nel senso che è venuta definitivamente meno la cristianità, e non può essere accettata la infida tentazione di cavalcare le forze che propongono una nuova religione civile, approfittando dello smarrimento generato in molti dal “cambiamento d’epoca”, dato che tale “religione civile” non avrebbe niente a che fare con la fede, che è personale, e anzi potrebbe, legandosi a valori politici di parte, allontanare molti dalla fede.

Insomma quello che importa non è che la società sia “cristiana” (il che del resto, facilmente, nei progetti degli ultraconservatori, significherebbe una sottolineatura unilaterale di alcuni valori, scartandone del tutto altri, come la solidarietà e la giustizia), quello che importa è che la persona possa incontrare Gesù Cristo, possa essere educata alla fede (si veda anche qui: sulla importanza da attribuire alla politica e alle leggi).

Insomma non importa la cristianità, ma il cristianesimo. La prima verrà, se Dio vorrà, come Dio vorrà e quando Dio vorrà.

Non è che uno non cerchi di unire fede e cultura, ma si deve essere consapevoli che tale unità, a cui tendere sempre asintoticamente, non poggia su categorie (culturali astratte) che, capite una volta per tutte, assicurerebbero un possesso della fede («ho capito tutto, adesso ho solo da applicare quello che ho capito»), ma poggia sulla esperienza della fede come incontro con un Avvenimento sempre nuovo e imprevedibile, in cui si rivela il Mistero semper maior, che è sì familiare, e di cui possiamo riconoscere con gratitudine, di momento in momento, i doni, ma che è sempre anche al di là di ogni nostro pensiero e immaginazione, non è possedibile, e perciò al Cui cenno dobbiamo sempre guardare, senza dare per scontato di averLo capito una volta per tutte. Guardando la realtà, in cui Lui si rivela, piuttosto che applicando nostri schemi a priori (come mi pare facciano quelli che lamentano una non unità di fede e cultura, pensando in realtà a una concettualizzabilità esauriente, definita e definitiva del Mistero, il che, notiamo en passant renderebbe inutile e senza senso la storia, personale e collettiva).

I critici di Carron (e del papa) gli rimproverano una protestantizzazione della proposta. Ma non sono forse proprio loro che contestano la vivente e carnale continuità storica di don Giussani, del carisma, in nome di frasi e concetti del Fondatore, estrapolati dal contesto? Non imitano in ciò Lutero, che rifiutava il Papa in nome della Bibbia? Si licet parva componere magnis, a me sembra che i critici di Carron stanno a don Giussani, un po’ come Lutero stava a Gesù Cristo: contestano una realtà vivente in nome di un testo, scorporato dal contesto.

In ciò essi mi sembrano, come ha ammonito a non essere papa Francesco, «adoratori di ceneri».

Possibili limiti

Non voglio però sostenere che Carron non abbia dei limiti: ogni essere umano ne ha. Il fatto che Carron sia (stato e sia) sostanzialmente fedele al carisma di Giussani non equivale a dire che egli non abbia fatto qualche sbaglio, o meglio non abbia avuto qualche limite. Del resto limiti ne aveva anche Giussani. Solo Cristo era perfetto.

una certa diffidenza verso il concetto

Un limite di Carron è stato quello di aver slegato un po’ troppo fede e ambito profano. Generando qualcosa che in termini filosofici chiamerei un rischio di logofobia. Una erronea diffidenza verso il concetto.

La radice di questa divaricazione mi pare (almeno) duplice: 1) il tipo di formazione intellettuale di Carron, biblista, e 2) la reazione a una precedente tendenza teologico-politica un po’ troppo schmittiana.

1) Ricordo che von Balthasar in una intervista lamentava che i teologi biblici sono un po’ troppo diffidenti verso la speculazione razionale, verso il logos. Ne segue una dicotomia tra la teologia biblica e la teologia speculativa. Rifarsi alla Paola di Dio è certo importantissimo, e in generale un cristiano deve anzitutto custodire in atteggiamento di silenzio interiore un dono imprevedibile che gli viene fatto. La passività deve prevalere sulla attività (anche come attività di concettualizzazione). Lo stupore ha un primato sul concetto. Ma primato non è esclusione. Il primato della recettività e dell'esperienza non è alternativo a uno sforzo di comprensione anche razionale, purché fatto all’interno della fede. Seguire viene prima ed è più decisivo del capire, ma non esclude il capire. La Chiesa cattolica ha sempre valorizzato lo sforzo per capire il più possibile e cogliere il più possibile i nessi delle verità di fede tra loro e con l’insieme dello scibile umano. San Paolo stesso ce ne dà una prova negli inni cristologici delle lettere ai Colossesi e agli Efesini, ma un po’ anche altrove, dove non si limita ad annunciare un fatto o dei fatti, ma cerca, per quanto balbettando, di coglierne, con grato stupore, la logica.

Se capire (e quindi argomentare, anche dialettizzando) fosse alternativo a seguire i cristiani non dovrebbero coltivare la filosofia. Ma la Chiesa ha fatto santi dei filosofi, come S.Agostino e S.Tommaso d'Aquino, e fa studiare filosofia nei seminari, e valorizza lo sforzo per le prove razionali dell'esistenza di Dio, tanto che il Concilio Ecumenico Vaticano I ha previsto la scomunica per un cristiano che neghi la possibilità per la ragione di argomentare razionalmente l'esistenza di Dio.

Del resto don Giussani quando insegnava al Berchet dialettizzava con i suoi studenti (ne parla a volta come di «alterchi»); non si limitava a dire «fate esperienza», «capirete solo facendo esperienza»: proponeva l'esperienza e forniva delle ragioni che tenevano conto delle obiezioni che gli venivano fatte, nel modo argomentativamente più completo. E infatti il suo testo Il Senso religioso è tutto intessuto di argomentazioni razionali, non si limitava a invitare a una esperienza, pur essendo questa decisiva. Decisiva, ma non esclusiva.

Ora, Carron è, come studioso, un biblista, e in quanto tale corre il rischio di tutti i biblisti: quello di “diffidare” un po’ troppo della capacità della ragione di capire e di connettere. Di dispiegare fino in fondo l’arco delle proprie capacità. Probabilmente per l'inconscio pensiero che ciò sarebbe un prometeico tentare di impossessarsi di qualcosa che deve restare totalmente ineffabile.


2) Ma in secondo luogo la divaricazione tra fede e cultura può essere letta come reazione a un eccesso di segno opposto, soprattutto in ambito politico, l’eccesso di pretendere di ricavare dalla fede dettagliate indicazioni operative, specie politiche. Giussani stesso non era esente da questo rischio (opposto), vuoi per il suo temperamento impetuoso, che lo portava a desiderare risposte precise e decise, vuoi per il contesto storico della sua formazione, soprattutto il secondo dopoguerra e poi la progressiva erosione della incidenza cristiana sulla società, un contesto in cui la fede veniva vivacemente contestata (e in alcuni Paesi violentemente perseguitata): e Giussani sbottava, si vedano i diversi episodi da lui stesso riferiti, di lui che, apostrofato da comunisti e anticlericali ora su un tram, ora su un treno, ora su un lungomare, reagisce rendendo pan per focaccia, in modo decisamente battagliero. In questo senso anche Borghesi nota come vi fossero in Giussani dei residui di “teologia politica”: l’idea che la comunità cristiana sia sotto attacco da parte di un “mondo” ostile e che essa debba perciò reagire compattamente e con una giusta dose di aggressività. Del resto, ripeto, il contesto di allora giustificava (almeno in gran parte) questo piglio più battagliero dato che nei paesi comunisti la Chiesa era perseguitata e in Italia il PCI era minacciosamente forte.

Di residui marginali comunque si trattava, in Giussani, perché questa componente era bilanciata in lui da una controspinta tutt’altro che esile verso l’apertura all’alterità: si pensi alla sua valorizzazione di pensatori non cristiani come Leopardi, Pascoli, Pasolini, lo stesso Nietzsche; si pensi al suo grandissimo rispetto per chi non era credente e alla sua volontà di non forzare nessuno alla conversione alla fede cattolica (ognuno deve andare a fondo della tradizione in cui Dio l’ha fatto nascere); si pensi al fatto che solo obtorto collo Giussani chiese al movimento di partecipare alle campagne referendarie contro divorzio e aborto, giudicando un errore, sia pure più tattico che strategico, una guerra del genere.

È comunque un fatto che i ciellini, vivente don Giussani, erano abituati a votare compattamente per la stessa forza politica (tipicamente, in pratica, la DC) e il più possibile per gli stessi candidati (aiutati in ciò dalla presenza nell’agone politico di persone del Movimento, come Formigoni). Questo legame molto stretto tra fede e politica poteva però comportare conseguenze negative, di cui si è preso sempre più coscienza, dato che in tal modo si rischiava di tagliar fuori dalla possibilità di recepire l’annuncio della fede le moltissime persone che non si riconoscevano nelle scelte politiche fatte “dal Movimento” in quanto tale. Insomma politicizzare la fede ostacolava la missione.

Carron ha reagito a tale eccesso “teologico-politico”, credo per il fatto di trovarlo di ostacolo alla missione, in un mondo in cui le ideologie erano crollate e non esistono più, almeno in Europa, pericoli di persecuzione esplicita e violenta contro la fede, ma al contrario si è creato un clima in cui molti non credenti cercano sinceramente il senso della vita e sarebbero allontanati dall'accostarsi alla comunità cristiana se questa sostenesse, in quanto tale, tesi (politiche dettagliate) che confliggono troppo duramente con quanto hanno sempre pensato e per cui hanno lottato. Insomma dettagliare una linea politica articolata può costituire un muro verso persone, nostri fratelli, verso cui il nostro compito precipuo è annunciare Cristo, piuttosto che raddrizzare loro le idee (politiche).

Carron ha però forse rischiato l’eccesso opposto a quello della teologia politica, nel pur lodevole intento di non porre ostacoli alla missione. Non solo infatti non venivano da lui date indicazioni dettagliate, specifiche, su questioni “profane” (culturali e politiche), ma non veniva data praticamente nessuna indicazione, se non timidissimi cenni, allusioni velate. Senza dispiegare argomenti in modo adeguatamente articolato. Senza cioè dispiegare le vele della ragione, del logos concettuale. Ora, a me pare sì giusto non dare indicazioni dettagliate, ma almeno indicazioni generali se ne possono dare, come fa Papa Francesco I. Ed è vero che una persona è mossa anzitutto dalla conoscenza preconcettuale, ma anche il concetto vuole la sua parte. Mentre questo tipo di impostazione, come dicevo, ha rischiato di alimentare una sorta di logofobia, una vera e propria patologica diffidenza verso il logos: perché l’importante è l’esperienza, la testimonianza (il preconcettuale). Va bene non forzare nessuno a una posizione culturale dettagliata, e infatti la Chiesa ha sempre ammesso diverse possibili filosofie cristiane (Agostino non è Tommaso, Blondel non è Maritain); ma c'è un argine oltre cui non si può andare, ad esempio in filosofia uno non può essere cristiano e materialista, o cristiano e idealista, o irrazionalista. Va bene non imporre, ma l'idea che è passata è che non è nemmeno utile che i cristiani si confrontino tra di loro e tentino, senza ultimatum e senza intolleranza, di arricchire reciprocamente il loro giudizio sulla realtà anche storica, culturale, e perché no?, politica. Invece è passata l'idea che “ognuno va per i fatti suoi”: è vero che Carron ha sempre detto che un cristiano deve essere coerente in ambito profano, ma senza dare non solo indicazioni specifiche e dettagliate (il che era giusto), ma senza dare neanche indicazioni generali, aiuti a un giudizio su temi culturali “scottanti”.

In tal modo si è verificato che una parte consistente del Movimento, aiutata in ciò da un settimanale come Tempi, che si è invece fatto prendere la mano dalla paura del nemico ed è tutto impostato sulla lotta al nemico, ha potuto prendere, in politica e a livello culturale, delle sbandate impressionanti. Si è arrivati a idolatrare posizioni come quella di Trump e dei populisti, che vanno in senso diametralmente opposto a quello a cui richiamano Carron e Papa Francesco I. O, in tempi recenti, molti farneticano di “dittatura sanitaria” e di messianismo pro-vax (NuovaBussolaQuotidiana giugno 2021). Senza che tali posizioni venissero espressamente e argomentatamente contrastate.

Quindi mi pare che chi guiderà il Movimento dopo Carron, dovrà cercare di riassestare un po’ le cose, nel senso di non lesinare qualche giudizio sui presupposti culturali “a monte” della politica (senza perciò, ripeto, pretendere di imporre indicazioni pratico-politiche dettagliatamente vincolanti).

una sottovalutazione del negativo

Mi è stato fatto notare che in Carron i temi del peccato originale, come anche quello del diavolo, sono poco presenti. È molto raro che Carron ne parli. Io credo che anche qui ci sia il giusto intento di incontrare l'umanità contemporanea, evitando di frapporre concetti che potrebbero ingenerare repulsione. Carron vuole, giustamente, valorizzare il positivo, piuttosto che esecrare il negativo.

In questo senso in lui la valorizzazione dell'apporto dei non credenti mi sembra sia maggiore che in Giussani: quest'ultimo valorizzava dei non credenti, come Leopardi, o Pascoli, o Pasolini, ma solo come documentazione della domanda, del bisogno umano di salvezza. Mi pare che Carron si spinga oltre, vedendo positive tracce di Grazia, o meglio di Cristo, tracce di Risposta e non solo di domanda, anche fuori della Chiesa visibile: mi viene in mente la sua valorizzazione di canzoni fatte da cantanti non credenti (o almeno fatte non in quanto credenti). Penso ad esempio alla Illogica allegria: Gaber vi testimonia non solo una domanda umana di significato, ma vi abbozza anche una risposta, possibile a livello non esplicitamente cristiano; la realtà è buona, e che lo sia lo può intravvedere anche chi non muove da presupposti espressamente cristiani. Si tratta di un passo che Giussani non aveva fatto: contrasta questo con la idea giussaniana di decisività e imprescindibilità della soggettività cristiana? Si tratta forse addirittura della riedizione del concetto rahneriano di “cristiani anonimi”? Alla prima domanda risponderei: contrasta sì, ma solo epidermicamente, a livello cioè di stile temperamentale e storico-contingente, ma non a livello profondo. Alla seconda domanda risponderei: no, nella misura in cui quel concetto, come quello, correlato, di “esistenziale soprannaturale” vanificasse l'importanza di una comunità cristiana visibile (una presenza “irriducibile” ama giustamente dire Carron, e di questo non gli saremo mai abbastanza grati). Sì, invece, nella misura in cui si trattasse di una acquisita coscienza che da un lato appartenere visibilmente alla Chiesa non è garanzia di inerranza, specie sulle questioni politiche (e in parte su quelle culturali) e che d'altro lato non appartenere visibilmente alla Chiesa non implica necessariamente essere incapaci di alcuna verità e di alcun bene.

Eppure, anche qui vi è stata una certa esagerazione, una unilateralità di sottolineatura: in effetti il negativo di cui Carron esorta a prendere coscienza e a evitare è sempre un negativo che insidia la vita personale, non quella sociale. E qui in effetti esiste una differenza tra lui e papa Francesco I, che, pur focalizzandosi maggiormente sul male personale, non manca di dare giudizi anche sul male presente nella società e nelle iniziative collettive del mondo che ci circonda.

Perché ad esempio non prendere di mira quel negativo che lo stesso Papa Francesco I prende di mira, ad esempio il populismo? Magari con un articolo su Tracce, che argomenti perché un cristiano non dovrebbe essere populista. O che argomenti perché non può essere complottista. Perché non riprendere insomma temi che il Vicario di Cristo lancia, e pubblicamente? Penso, in positivo, al tema del del primato del tempo sullo spazio, e alla conseguente indicazione di non mirare a «occupare spazi», ma a «innescare processi»: Carron queste le cose le vive, e ammirabilmente; ma perché non le (ha) tematizza(te) argomentatamente, e/o non le ha fatte argomentare e dispiegare in tutte le loro implicazioni a qualcun altro, su Tracce, ad esempio?

Non sto minimamente pensando di giudicare la coscienza di Carron, che credo enormemente più buono e più bravo e più santo di me. Si tratta di un limite non morale, ma di impostazione. Carron infatti, da un punto di vista personale, è stato fin troppo eroico a sopportare in silenzio le critiche che gli venivano rivolte. Ma quello che è una virtù eroica sul piano personale, potrebbe essere stato un limite a livello di conduzione (pubblica) di un Movimento: non spiegare argomentativamente la propria posizione, potremmo anche dire “non difendersi” tenendo conto degli argomenti portati contro di lui (tenendone conto nel modo più organico possibile, non solo per veloci cenni), a mio sommesso avviso è stato un limite. È vero che Gesù davanti a Pilato «taceva», al punto da stupire non poco l'autorità romana, ma nel corso della Sua vita non aveva certo evitato di dialettizzare.

Forse, oltre ai motivi che ho già portato per spiegare questa sua impostazione, ci potrebbe essere anche il fatto di “giocare” in un certo senso “fuori casa”, essendo lui spagnolo e avendo incontrato il Movimento e don Giussani un bel po' di tempo dopo molti dei suoi (maggiori) critici. Questo potrebbe aver contribuito ad accentuare qualcosa di comunque già presente nel suo temperamento, schivo, umile e al contempo signorile, rafforzando in lui una certa ritrosia a scontrarsi dialetticamente con altri.

concludendo

Questi limiti, legati del resto credo anche al peso della responsabilità che gli è caduta sulle spalle, di succedere a don Giussani, e che probabilmente lo ha spinto a dire solo ciò di cui era assolutamente certo (echeggiando il paolino «Io non ritenni di sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo»), quindi a focalizzarsi sulla sua personale esperienza, questi limiti non tolgono che Carron sia stato e sia un uomo di Dio, una grande guida, che ha condotto CL in (sostanziale) stretta fedeltà al carisma di Giussani.

Perciò, in sintesi e come ultima, definitiva e definiente, parola:

grazie, don Julian!

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